17 minuti trasmessi in diretta su Facebook, Twitter, YouTube e Instagram. Un post su 8chan che linkava ad altri messaggi, una sorta di manifesto, caricati su altri portali. Una pagina Facebook che ha annunciato tutto. La strage in Nuova Zelanda è diventata virale sui social network, ma non solamente perché il tutto è avvenuto in diretta online: anche ciò che l'attentatore ha fatto e detto sembra essere stato studiato per diffondere la notizia su più canali possibili, sfruttando influencer e piattaforme e quasi obbligando il messaggio a circolare. Un impatto che persino le più grandi aziende tecnologiche hanno faticato a contenere, mostrando ancora una volta come i sistemi che dovrebbero evitare queste manifestazioni di odio siano ancora troppo arretrati.

D'altronde tutti gli elementi della strage che ha colpito le due moschee in Nuova Zelanda portando a quasi 50 morti sono stati realizzati per massimizzare l'attenzione sul web. Basti pensare a quello che più sta facendo parlare di sé, cioè la frase "iscrivetevi a PiewDiePie" detta dall'attentatore all'inizio del video. Il riferimento è alla sfida tra il canale dello youtuber svedese attualmente primo come numero di iscritti e T-Series, canale indiano che in poco tempo ha quasi raggiunto la vetta degli iscritti sul portale. Negli ultimi mesi la frase "subscribe to PiewDiePie" è diventata il motto di chi segue lo youtuber e vuole mantenerlo al primo posto. Ma il fatto che l'attentatore l'abbia pronunciata nel video sottolinea anche un altro elemento: voleva che PewDiePie parlasse della strage.

Nelle ore successive alla sparatoria lo youtuber ha pubblicato un tweet dove si è dissociato categoricamente dai fatti. Ha dovuto farlo, soprattutto dopo le molte polemiche che negli ultimi anni lo hanno associato – anche ingiustamente – alla destra americana. Il punto è che facendolo ha diffuso la notizia della sparatoria, del live streaming e del messaggio dell'attentatore ai suoi 17 milioni di follower, una fetta dei quali forse non sarebbero stati raggiunti dalla notizia. È lo stesso concetto dietro agli articoli che parlano di queste stragi, ma esasperato nell'epoca degli influencer.

C'è poi il discorso del manifesto pubblicato online poco prima della sparatoria, un documento chiaramente razzista e che fa riferimento a diverse teorie neo naziste, ma che è anche stato redatto con in mente il SEO, cioè quella ottimizzazione dei testi che rende una pagina web più visibile sui motori di ricerca. Il manifesto contiene per esempio diversi riferimenti al secondo emendamento della costituzione americana, un elemento legato alla discussione in merito al controllo delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Ma nomina anche il conservatore Candace Owens, i videogiochi Fortnite e Spyro e altre sparatorie. Sembra che l'autore abbia scritto il manifesto non tanto basandosi sul pensiero di fondo, ma sulle parole che lo avrebbero reso più popolare sul web. Una scelta che chiaramente fa l'occhiolino ad un certo tipo di narrazione che i media, soprattutto generalisti, tendono ad utilizzare spesso, come l'associazione tra videogiochi e violenza.

Il punto è che anche i media sono diventati futili in situazioni come questa, altri filtri che i social hanno completamente sradicato da anni, superati da un video in diretta trasmesso sui social. Un tempo i materiali da una scena come quella che oggi si è presentata alla polizia finivano in mano alle autorità e ai giornalisti. Oggi sono sotto gli occhi di milioni di persone in tutto il mondo pochi secondi dopo la loro registrazione. Un cortocircuito che i social network hanno sempre dimostrato di non sapere come gestire, soprattutto quando si parla di trasmissioni in diretta. La diffusione del video e del manifesto nelle ultime ore dimostra ancora una volta come la moderazione delle più grandi piattaforme sul web sia ancora inadeguata, incapace di bloccare contenuti violenti e di evitare che tornino ad affacciarsi online nelle ore successive, quando altri utenti le ricaricano.

Quando tra gli anni '60 e '70 negli Stati Uniti si è registrato un boom di dirottamenti aerei ad opera di persone che affermavano di sostenere diverse cause politiche, dal Black Power alla fine della guerra in Vietnam, è nato un caso mediatico: la maggior parte dei dirottatori è stata influenzata dalla copertura giornalistica data a dirottamenti passati, un elemento che ha acceso la scintilla dell'imitazione in persone che, in fondo, vivevano semplicemente delle vite disperate. Da quel momento i giornali hanno smesso di parlare di dirottamenti, perché godevano ancora del loro status di filtri. Oggi con i social network questa cosa non è più possibile: sono aziende come Facebook e Google a dover trovare una soluzione, ma la realtà è che sembrano essere totalmente incapaci di farlo.