edmund phelps

Nel 2006 l'economista statunitense Edmund Phelps, capostipite dei  neo-keynesiani, venne insignito del premio Nobel per l’economia. La ragione della sua vittoria è essenzialmente legata al progetto della Banca Nazionale di Innovazione, una nuova struttura di promozione finanziaria che fa sua la tipica mentalità del venture capital privato allo scopo di promuovere le migliori idee in tema di innovazione tecnologica. Si tratta di una sorta di joint venture tra pubblico e privato che potrebbe aiutare a risolvere il drammatico ritardo tecnologico di cui è vittima il nostro paese.

Ed è proprio per discutere di una possibile, ed auspicabile, implementazione della Banca Nazionale di Innovazione anche in Italia che Phelps è stato invitato a tenere una lectio magistralis alla Camera dei Deputati il prossimo 2 febbraio, nel corso dell'iniziativa Per Rifare l'Italia.

Per anticipare le tematiche che saranno oggetto della lezione, abbiamo deciso di proporvi, in anteprima, l'intervista realizzata da Luca Sofri, il direttore de Il Post, per Wired Italia al premio Nobel per l'economia. L'intervista è stata pubblicata sul profilo Facebook di Riccardo Luna, direttore della celebre rivista, e ve la proponiamo in versione integrale.

Quando hai cominciato a pensarci a un credito per l'innovazione?

All'incontro con Sarkozy e Blair a Parigi del gennaio 2009 capii che servivano nuove banche per dare credito ai progetti innovativi. Il mio modello era la Deutsche Bank, che fece molto per finanziare l'industria dell'acciaio in Germania alla fine dell'800.

Come potrebbero essere queste banche?

Penso a una rete come quella per il credito agricolo negli USA, con il governo che fa un investimento iniziale e fornisce garanzie e incentivi, permettendo la raccolta di fondi addizionali a un tasso di interesse basso. La banca raccoglierebbe competenze nel prestito per progetti innovativi, non abbastanza garantiti per le grandi banche e troppo ambiziosi per le piccole.

Ma è il momento giusto per un progetto del genere?

Sarebbe il momento giusto sempre, ma adesso in particolare: gli investimenti sono molto fiacchi e dobbiamo riavviarli per rilanciare l'occupazione e riportarla a livelli normali.

Che differenza c'è tra una banca dell'innovazione e una esistente?

Le banche tradizionali chiedono garanzie molto onerose e impongono tassi di interesse alti. La banca dell'innovazione avrebbe le competenze adatte e i costi contenuti per concedere credito dove le altre banche non osano.

Perché no, non sono interessate a finanziare l'innovazione?

Hanno alti costi di capitale e sono soggette a obblighi finanziari onerosi. E poi non sono adatte a sviluppare la competenza necessaria per selezionare i progetti giusti ed evitare quelli sbagliati.

E come fa una banca diversa a sopravvivere e a ottenere risultati finanziari se non segue criteri convenzionali?

Si ritaglierebbe un mercato attualmente poco sfruttato e poco servito e avrebbe l vantaggio dei sussidi e delle garanzie statali.

Non c'è una contraddizione nel riferirsi alle tradizioni passate dell'imprenditoria americana per incentivare progetti che siano, invece, innovativi?

No perché sarebbe bello se le grandi banche si adattassero a questa tradizione, ma non lo fanno: quindi bisogna pensare a nuove banche per soddisfare la domanda dell'innovazione.

Perché sostiene che stimolare la domanda di nuovi prodotti non è la soluzione per uscire dalla crisi?

Non basta senza una drastica crescita dell'innovazione, e la domanda è stata abbondante per anni senza che l'innovazione crescesse. Anzi gli incentivi fiscali che favoriscano la domanda potrebbero far crescere i tassi di interesse e scoraggiare ancor più i nuovi progetti.

Quando parla di innovazione a cosa si riferisce? Ai prodotti, ai metodi di business o ai metodi produttivi?

Gli economisti generalmente definiscono innovativo un nuovo prodotto che ottenga una diffusione significativa, che lasci un segno, un prodotto nuovo che non viene adottato non genera innovazione.

E come si genera?

Secondo Schumpeter l'innovazione arrivava solo dalle scoperte scientifiche o dalle esplorazioni estranee al business. Oggi è riconosciuto che la maggior parte dei progressi economici avvengono a partire da innovazioni grandi e piccole concepite dalle imprese stesse e da chi ci lavora. Il motore è il desiderio di risolvere i problemi tecnici e commerciali attraverso l'esperienza e l'intuito.

E la ricerca scientifica?

Naturalmente il mondo beneficia dei risultati della ricerca in ogni settore. E ogni paese raccoglie i frutti dei prodotti e metodi introdotti negli altri. Ma una nazione, compresa l'Italia, è arricchita sopratutto dall'innovazione che la sua stessa economia vuole ed è in grado di produrre. E a dirla tutta, la stessa costante ricerca di progresso è un risultato di per sé.

Lei accusa le grandi aziende di non prendere dei rischi e non pianificare a lunga scadenza: ma non c'è una componente di giusta prudenza in questo comportamento?

Sono gli amministratori delegati a prendersi dei rischi solo sull'immediato e sui bonus che ne riceveranno, come i manager bancari nel 2006. Ma temono che i progetti a lunga scadenza non mostrino i risultati abbastanza rapidi e li facciano sostituire.

C'è' stato un calo di investimenti nelle aziende hi-tech e nella Silicon Valley: è stata cautela o pavidità degli investitori?

Io non accuso gli investitori, dico che la Silicon Valley si è ridimensionata quando era ancora troppo piccola per finanziare investimenti innovativi sull'ampiezza complessiva dell'economia americana.

Obama ha citato Steve Jobs come esempio del sogno americano. A cosa mirava?

Forse voleva dare fiducia nell'economia in generale, ma credo che stia ancora cercando di orientare l'economia dagli investimenti a breve termine e poco rischio verso iniziative più creative e coraggiose come quelle prese da Jobs.

L'idea della banca dell'innovazione ha fatto progressi da quando l'ha esposta la prima volta?

Il senato americano l'ha inclusa in un disegno di legge quest'estate. Sono fiducioso che se venisse adottata farebbe un gran bene e sarebbe apprezzata. Sarebbe molto rischioso non fare niente per reindirizzare l'economia verso l'innovazione.

Neanche fuori dagli Stati Uniti?

Una rete di banche di questo genere sarebbe senza dubbio un'ottima cosa per ogni economia con una tradizione di innovazione

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