Tutto è iniziato tra il 2015 e il 2016 con una lunga battaglia tra Apple e l'FBI. O meglio, fu in quel momento che l'esigenza di un organo governativo di accedere alle informazioni personali contenute in uno smartphone divenne piuttosto rilevante, creando un vero e proprio polverone mediatico e dando il via ad un inusuale (almeno per quei tempi) braccio di ferro i cui lottatori erano il diritto alla privacy digitale e la necessità di avere accesso alle informazioni personali per motivi di indagine o sicurezza.

Da allora di tempo ne è passato e le cose sono cambiate profondamente. Il caso che per molti è considerato come l'apripista della diatriba digitale tra Governi e aziende informatiche è ormai lontano e nonostante i moderni sistemi di crittografia end-to-end (che di fatto proteggono i contenuti scambiati tramite messaggi privati in praticamente tutte le applicazioni IM), il pugno di ferro di alcuni degli Stati più potenti dell'occidente sembra iniziare ad avere i suoi frutti, positivi o negativi che siano.

Social e chat saranno accessibili alla Polizia

L'accordo tra Stati Uniti e Regno Unito è un chiaro esempio di come stia diventando sempre più marcata la pressione derivante dall'esigenza di avere accesso ai contenuti che vengono scambiati tra cittadini privati: a breve, e solo in caso di gravi reati, la polizia inglese potrebbe avere pieno accesso ai messaggi scambiati dai propri indagati su Facebook, Messenger e WhatsApp.

Si tratta di un'intesa storica, che sta alimentando ancora di più il conflitto tra le esigenze della privacy dei cittadini e quelle investigative di organi di sicurezza ed intelligence e che, se siglata entro questo novembre, potrebbe rappresentare un ulteriore apripista per altri Paesi occidentali: tutti i social network con sede negli Stati Uniti, sarebbero costretti a condividere le chiavi di decriptaggio del sistema crittografico end-to-end, pubblicizzato – manco a farlo apposta- da Zuckerberg con lo slogan "the future is private".

Il segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito, Priti Patel, in passato ha già aveva già messo in guardia Facebook su come, a parer suo, la crittografia avrebbe avvantaggiato i criminali, invitando l'azienda a sviluppare nelle proprie app di messaggistica delle backdoor con le quali le agenzie di intelligence avrebbero avuto accesso ai contenuti delle piattaforme.

Un invito che di certo non ha entusiasmato Zuckerberg e la sua azienda, la cui risposta è stata resa pubblica in una nota stampa in cui si legge: "Siamo contrari ai tentativi del governo di costruire backdoor, perché minerebbero la privacy e la sicurezza dei nostri utenti ovunque. Le politiche governative come il Cloud Act consentono alle aziende di fornire informazioni disponibili quando riceviamo richieste legali valide e non richiedono alle aziende di costruire backdoor".

I social network come alleati per la Guardia di Finanza

"I social network rappresentano ormai una maniera di comunicare abituale per chiunque, e se ci rendiamo conto – dagli abiti indossati, fotografie di viaggi – che c'è qualcosa che non torna, cerchiamo di approfondire". È con queste parole che il Colonnello della Guardia di Finanza Luigi Vinciguerra, uno dei principali cacciatori di evasori fiscali, ha spiegato a Repubblica come gli organi di controllo governativi possano utilizzare i contenuti pubblici accessibili sui social, per effettuare controlli incrociati ed accelerare la lotta all'evasione fiscale.

"Detto questo" – ha aggiunto il Colonnello – "abitualmente gli strumenti che usiamo sono altri: banche dati apparentemente separate, per esempio, ma che in realtà mettiamo in collegamento tra loro". "Ciascun comportamento ha poi in qualche maniera un ricasco fiscale", ha continuato Vinciguerra, "per esempio: se becchiamo qualcuno a produrre capi contraffatti, cerchiamo la manodopera irregolare. E poi i soldi che non hanno dichiarato: sono sempre reinvestiti in attivita' legali", in particolare con "i trasferimenti all'estero".

I casi più importanti

Quando Apple rifiutò la richiesta da parte dell'FBI di consentire l'accesso all'iPhone di uno dei killer di San Bernardino (in California), attentato in cui morirono 14 persone, l'opinione pubblica si divise fortemente. Il colosso della tecnologia giustificò la sua scelta come un "pericoloso precedente legale" e costrinse l'FBI a far sbloccare il dispositivo da un'azienda di sicurezza israeliana. E giustificandolo con la dichiarazione "La privacy non è in vendita e i diritti umani non devono essere compromessi dalla paura o dall’avidità", il CEO di Telegram nel 2018 rifiutò di dare al governo russo le chiavi di decodifica dei messaggi privati scambiati sulla piattaforma, ottenendo come risultato il ban definitivo della piattaforma.

E mentre i governi cercano di accedere, le aziende aumentano e milgliorano gli strumenti per la privacy: così come Telegram e Signal, anche WhatsApp presto introdurrà la possibilità di impostare un timer di autodistruzione dei messaggi scambiati, che potranno essere eliminati automaticamente in base ad un intervallo di tempo predefinito e non saranno recuperabili ne tramite lo smartphone ne tramite server.