Il fenomeno della pirateria editoriale in Italia ha subito in queste ore un altro duro colpo nelle ultime ore, questa volta a opera della Guardia di Finanza di Bari. La procura locale ha infatti disposto il sequestro preventivo d'urgenza di 10 siti web che diffondevano illegalmente copie digitali di giornali, riviste ed ebook coperti da diritto d'autore. Ai portali facevano poi riferimento 329 canali sulla piattaforma di messaggistica istantanea Telegram, che sono stati chiusi e risultano dunque irraggiungibili.

Quella di queste ore non è la prima operazione che mette nel mirino la pirateria online operata a mezzo Telegram. In realtà finora l'attenzione delle forze dell'ordine si è sempre concentrata sul mondo dei canali televisivi in streaming, anche se l'editoria cartacea rappresenta un fenomeno fiorente: secondo una stima della Federazione Italiana Editori Giornali che risale a poco meno di un anno fa, il danno che deriva dall'attività di questi canali è stimato in 670.000 euro al giorno, o circa 250 milioni di euro all’anno. L'operazione di queste ore è nata proprio dalla denuncia della FIEG dell'anno scorso: battezzata #cheguaio, ha portato finora all'individuazione di 9 dei responsabili dell'infrastruttura pirata.

Come funzionava l'edicola pirata in pdf

Il materiale pirata è costituito da ebook o file pdf, che rappresentano le copie digitali di libri, giornali e riviste. I file originali sono  pubblicati sulle piattaforme preposte originariamente dagli editori e sono destinati ad abbonati e acquirenti; crearne delle copie però è estremamente semplice, molto più ad esempio che replicare un flusso video in streaming. Una volta scaricati i testi e una volte eluse le eventuali misure che li proteggono dalla copia, i trasgressori ottengono una sorta di edicola digitale e la caricano su siti web ospitati all'estero, che fanno poi da magazzino per una distribuzione che viene pubblicizzata e resa possibile attraverso canali presenti su Telegram, che diffondono i link al materiale.

Dalle analisi dei dispositivi sequestrati dalla Guardia di Finanza di Bari è emerso che i gestori dei portali non chiedevano alcun tipo di pagamento agli utenti interessati ai contenuti. Le operazioni si finanziavano esclusivamente ospitando sui siti banner pubblicitari che venivano visti da migliaia di persone ogni giorno. Gli amministratori dei siti non sono ancora stati identificati; per loro si ipotizzano i reati di violazione della normativa sul diritto di autore, riciclaggio, ricettazione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico e furto.