3 Novembre 2011
07:30

L’economia digitale italiana spiegata nella ricerca del Digital Advisory Group

L’analisi dimostra che l’economia digitale ha generato in Italia in 15 anni 700mila nuovi posti di lavoro ma ci sono tante potenzialità e risorse da far crescere. Quali sono le possibilità di adeguamento agli standard dei paesi più avanzati nel mondo e in Europa? Ecco i dati nel dettaglio.
A cura di Vito Lopriore

Come sviluppare l’economia italiana? Ci pensa il web, proprio così. Dall’ultima ricerca di DAG, Digital Advisory Group che rappresenta un consorzio di 30 aziende pubbliche e private, organizzazioni, università e stakeholder del mercato digitale nostrano, emergono dei dati che, anche se contrastanti in alcuni casi, devono far ben sperare sulla crescita del mercato del lavoro e non solo. In accordo con l’American Chamber of commerce in Italy e il contributo scientifico di McKinsey & Company, ecco i primi dati generali: l’impatto sul PIl italiano è del 2% ed è il 14% il contributo alla crescita del PIL negli ultimi 4 anni. Sono 700mila i nuovi posti di lavoro creati da Internet e per ogni posto di lavoro perso grazie a Internet se ne creano 1,8 con un contributo netto di 320.000 nuove figure profesisonali.

Per le PMI che investono sulla rete, iniziandola a considerare un canale preferenziale se non principale di vendita e relazione con il cliente, è di 10% la crescita media annua rispetto alla stagnazione delle non attive; per quelle che rivolgono i servizi anche all’estero, l’espansione è del 200% grazie alle esportazioni "Web enabled”. Il 78% dell’impatto economico di Internet proviene dai settori tradizionali più che da quelli “pure Internet player”; questo sarà un dato importante da considerare nel corso dell’analisi.

Da quando sono comparsi i primi web browser, 15 anni fa, Internet è diventata una straordinaria risorsa per le persone, le organizzazioni pubbliche e le aziende per i seguenti servizi innovativi: canali di comunicazione (telefonia via Internet), reti di relazioni privati e professionali (social network), comportamenti d’acquisto (e-commerce), contabilità familiare (servizi bancari e finanziari online) e le modalità di mero scambio delle informazioni, idee e problem solving (blog, forum, mailing list, newsletter). L’impatto della rete sul PIL nazionale in Svezia e nel Regno Unito, per esempio, è superiore al 5%, senza contare i contributi indiretti. In Italia l’impatto è di circa al 2%, al di sotto della media di molti paesi dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ed è compito di questa analisi del DAG di fornire utili consigli e direttive su come allineare il mercato digitale italiano a quello dei più sviluppati mercati del mondo. Considerando le difficoltà maggiori, l’analisi permette di creare un programma attuativo, in concertazione tra soggetti pubblici e privati e stakeholder della rete, per dare l’impulso all’innovazione e crescita dell’economia digitale.

Dei nuovi 700mila posti di lavoro creati in Italia, infatti, il 60% è direttamente collegato a Internet (sviluppo di software, telecomunicazioni, portali Web) e funzioni di Web marketing e ICT nel settore bancario; il restante 40% è costituito dall’indotto, vale a dire tutti quelel professioni che fungono da supporto indiretto all’economia digitale. Secondo una ricerca di McKinsey Global Institute in 13 paesi del mondo, il Web ha creato in media 2,6 posti di lavoro per ogni posto perso e nei soli Stati Uniti sono stati creati 180mila posto di lavoro orientati solo allo sviluppo di applicazioni Facebook, che fattura circa 12 miliardi di dollari.

Le Pmi che sfruttano bene il potenziale del Web, e che hanno assegnato più del 5% dei propri dipendenti a mansioni correlate al Web hanno riportato un margine operativo del 50% superiore a quello delle società con scarsi investimenti.

Nonostante ciò, lo sviluppo del digitale in Italia è ancora molto in ritardo rispetto ai paesi più sviluppati europei, secondo l’indice chiamato “Web intensity Index” creato da McKinsey che misura tre aspetti: l’e-ngagement, ossia l’intensità dell’uso di Internet da parte delle persone, aziende e pubbliche amministrazioni, l’e-nvironment, ossia l’accesso alle infrastrutture e alla diffusione della banda larga e l'expenditure, ossia il volume di e-commerce e di pubblicità online. Siamo al 27° posto fra i 34 paesi dell’OCSE (l’UK è al 4° posto, la Francia al 17°).

Secondo alcune previsioni, l’economia digitale italiana si trova a un punto di svolta: se la crescita, seguendo la tendenza attuale, sarà superiore di 10 volte rispetto a quella del PIL, il contributo entro il 2015 potrebbe essere superiore al 3% e, se si riuscisse a ridurre il gap del Web Intensity Index rispetto ad altri paesi sviluppati europei, il contributo sul PIL potrebbe essere anche oltre il 4%, pari a circa 25 miliardi di euro.

Quali sono i maggiori ostacoli da affrontare?

Il primo problema italiano, in tematiche digitali, è quello della diffusione della banda larga. Pe fruire dei servizi moderni di Internet bisogna ridurre il digital divide; secondo il Broadband Quality Score (BQS), l’Italia occupa oggi il 40° posto tra i paesi più sviluppati. Per i servizi più innovativi e utilizzati oggi, vale a dire i social network, video streaming, scambio di file, è richiesta una qualità di navigazione generale pari a 3,75 Mbps in download e 1 Mpps in upload. L’Italia oggi ha una velocità media di download e upload pari al limite minimo necessario per un uso agevole, tre volte inferiore a quello di Francia e Germania.

Digital divide e scarsa propensione all’e-commerce

Secondo i dati di Marzo 2011, 4,3 milioni di persone (il 7,1% della popolazione italiana) risiede in zone non coperte dalla banda larga; per colmare il gap è necessario cogliere l’evoluzione delle tecnologie di rete sia per quella fissa (la fibra ottica) che quella rete mobile (tecnologie LTE 4G e WiMAX). Per quanto riguarda la fibra ottica, solo 2,5 milioni di abitazioni hanno accesso alla rete e la copertura è circostritta ad alcune urbane metropolitane. L’Italia è in ritardo nell’implementazione delle nuove tencologie di accesso alla rete, che sono basilari per lo sviluppo di Internet. Per quanto riguarda l’e-commerce, in Italia si rileva una bassa propensione sia dei consumatori che delle aziende a usare il web come canale di acquisto e vendita, ciò è causato da problemi culturali legati ai new media e una incompleta conoscenza delle potenzialità digitali. Le dimensioni dell’e-commerce italiano, rispetto al PIL, sono dello 0,7%, rispetto all’1% di Francia e Germania e a quasi il 3% del Regno Unito. Il tasso di crescita è comunque del 14% nel 2010 e questa crescita, superiore anche alla media europea, può consentire al mercato dell’e-commerce di adeguarsi agli standard europei.

L’e-government e la mancanza di competenze digitali

Come possono le istituzioni pubbliche dare uno slancio alle iniziative imprenditoriali private che seguino gli standard globali in materia di innovazione tecnologica e dunque economica? La Spagna ha istituito il Consiglio superiore per l’e-government e la Germania  il Consiglio per la pianificazione informatica. Per accellerare la conoscenza e la fruisione dei servizi informatici anche in Italia, dunque, è necessaria la costituzione di un istituto di e-governement capace di milgiorare l’accesso alle rete, la competenza e el’atteggiamento dei consumatori nei confronti del Web. Anche se in Italia è stato approvato un piano quadriennale di e-gov 2012 per migliorare i servizi della sanità, dell’istruzione e della giustizia, la percentuale della popolazione che ne fa uso rimane sempre bassa, inferiore al 20%, rispetto alla media europea del 30% e di circa il 40% di Francia, Germania e UK). Ricordiamo anche che l’Unione Europea ha dedicato la parte centrale dell’Agenda Digitale al tema dello sviluppo dell’e-government in Europa, prevedendo, oltre all’implementazione delle reti di accesso di nuova generazione “Next Generation Access Network (NGAN), una connessione da 100 Mbps per almeno il 50% delle famiglie europee entro il 2020.

Un altro serio problema è la carenza di competenza digitale la fuga all’estero di cervelli in possesso di queste conoscenze. Negli anni Novanta l’Italia era un player di primo livello nel mondo digitale emergente: oggi non è più così. L’assenza di e-skill qualificate riduce le possibilità di evoluzione e di nascita di start-up giovanili, come avviene in gran parte del mondo. La responsabilità è anche della scarsa attenzione dedicata dalle università italiane: il numero dei laureati in discipline collegate all’ICT ( ingegneri e esperti informatici) è rimasto stabile mentre è aumentato vertiginosamente nelle altre economie avanzate. Ci sono però delle iniziative interessanti che negli ultimi stanno provando a rilanciare questo settore dell’economia: Working Capital, promosso da Telecom Italia, sostiene start-up e giovani talenti che vogliono operare con tecnologie Internet e Web 2., fino ad oggi sono previsti fondi di investimento pari a 2,5 milioni di euro. Anche le Università, come il Politecnico di Milano e i principali atenei romani stanno sviluppando programmi di formazione sulle tecnologie ICT che potranno offrire prospettive per la crescita digitale.

Quali sono le 12 idee proposte da DAG per sviluppare l’economia digitale in Italia?

  • Colmare il digital divide: migliorando l’accesso alle infrastrutture e aumentando la copertura e la velocità delle linee ADSL.
  • Pianificare le reti di nuova generazione: lanciando iniziative pubbliche e private sia per l’estensione della fibra ottica che per la rete mobile 4G.
  • Favorire l’armonizzazione della normativa digitale a livello europeo: assicurando così una regolamentazione favorevole all’iinovazione digitale, anche rispetto ai criteri dell’e-privacy, in relazione alle norme fornite dalla Corte Europea di Giustizia.
  • Creare un advisory board strategico per le politiche digitali: creando un istituto interdisplinare, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio e coinvolgendo profesisonisti del settore e stakeholder della rete, ma anche membri della società civile e della magistratura.
  • Incoraggiare la propensione dei consumatori al Web: stimolando la domanda e la conseguente fruizione dei servizi online e promuovendo campagne di pubblicità progresso in merito ai comntenuti della trasparenza, diritto dei consumatori, socurezza delle transazioni e assistenza post-vendita.
  • Promuovere modalità innovative di consegna degli acquisti online: riducendo gli ostacoli logistici  favorendo la propensione dei consumatori all’e-commerce.
  • Lanciare road show digitali per le PMI a livello regionale: ampliando così l’offerta digitale.
  • Sostenere l’attività di e-commerce delle PMI: stimolando la necessità di ricorrere ad un approccio professionale e specializzato per i servizi Web-based che ne riduca i costi di avvio e gestione.
  • Promuovere i serivizi di e-government esistenti migliorandone la fruibilità: incrementando l’adozione dei servizi come detto in precedenza. Magari con la creazione di un unico portale Web, one-stop-shop, che permetta ai cittadini di accedere a un unico portale di servizi online.
  • Pianificare lo sviluppo di una formazione digitale di qualità: tra soggetti pubblici e privati creando valore per studenti, manager, PMI e liberi professionisti.
  • Costituire una Digital Experience Factory: accrescenco la conoscenza delle e-skills per imprenditori e addetti delle piccole e medie imprese, sopratutto provenienienti da casi di eccellenze delle università, consulenza privata e associazioni di categoria.
  • Incentivare le start-up digitali: creando e sostenendo gli investimenti dei fondi venture capital e agevolazioni fiscali agli investitori, co-funding pubblico-privato e semplificazione della burocrazia.

In Italia ci sono esempi recenti di progetti positivi di imprenditoria digitale, oltre a Working Capital, H-Farm, il fondo high-tech per sostenere gli investimenti nell’Italia meridionale e il progetto “Principi Attivi” della Regione Puglia.

Per chi vuole leggere la ricerca completa, è disponibile al seguente link, previa iscrizione:http://www.digitaladvisorygroup.it/it/who-we-are.html.

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