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Se si chiede ad un giovane, scalpitante imprenditore italiano del settore hi tech di indicare un'azienda-modello che, in qualche modo, è stata capace di realizzare quelli che sono anche i suoi sogni, le sue speranze e le sue aspettative, la risposta è quasi unanime: Funambol.

Una compagnia in cui cervelli italiani hanno incontrato capitali statunitensi e che si divide tra la Silicon Valley e Pavia; una compagnia che, fin dal nome, comunica una chiara e precipua visione del mondo: la vita è meravigliosamente precaria, e viverla appieno significa percorrerla da funamboli, adattando ogni passo al concerto per vuoto e nulla che sottende la fune, lasciandosi però costantemente ispirare dagli splendori che la circondano e che, soprattutto, ci attendono alla fine del percorso…  dove godremo di un breve momento di pausa prima di ricominciare a dondolare nel vuoto: concentrati e felici, spaventati ed estasiati.

Sono ormai 10 anni che Funambol sfida i delicati ed incerti equilibri del mondo dell'impresa (e in generale della vita) senza mai smettere di innovarsi e di investire, soprattutto, nelle persone. Dieci anni di sani equilibrismi, durante i quali non solo l'ambizioso progetto italiano è riuscito a battere Apple e il suo MobileMe, ma si è aggiudicato decine di premi e riconoscimenti tra cui, ultimo in ordine di tempo, il premio per la Best Communications Solution al Telecom Council tenutosi nella Silicon Valley nel febbraio del 2010.

Funambol è un software che consente la gestione di email push e la sincronizzazione di calendari e rubrica attraverso la rete cellulare. Ma l'elemento che meglio di tutti caratterizza il servizio (e che è una delle ragioni del suo successo) è la natura squisitamente open source del progetto, perché -come ci dice lo stesso Fabrizio Capobianco, fondatore e presidente di Funambol, nell'intervista che tra poco vi presenteremo- "Una comunità mondiale è l'unica strada possibile per creare un software mobile veramente di massa. Senza l'open, non si potrebbe fare".

Ma non è solo per le indubbie capacità imprenditoriali che abbiamo voluto parlare con Fabrizio.

Alla luce dei molti  interventi che, negli anni, gli abbiamo sentito fare, ci siamo accorti che dietro le sue indubbie abilità creative e gestionali c'è una precisa filosofia imprenditoriale che vorremmo diventasse contagiosa. Una filosofia che parla di sogni ambiziosi, che mette al bando i ragionamenti di stampo localistico (perché "grande è bello"), gli stupidi preconcetti nazional-popolari in materia di imprenditoria ("l'imprenditore è qualcuno che ruba" e "imprenditore fallito= imprenditore reietto") e, soprattutto, non si piange addosso, non si lamenta ma propone, agisce, modifica il mondo seguendo desideri e suggestioni, facendo davvero tesoro degli insuccessi.

Credevamo e crediamo che l'esempio di Fabrizio Capobianco possa essere d'ispirazione per i giovani imprenditori italiani e, per questo, abbiamo deciso di intervistarlo.

Un consiglio: non perdete neppure una parola. Lasciatevi ispirare.

La definizione in cui spesso racchiudi il senso ultimo del tuo lavoro e della tua esperienza professionale è “imprenditore seriale”, un’espressione nata allo scopo di marcare una decisa differenza rispetto ad un approccio al business si stampo “tradizionale”, che tende a concentrarsi su un unico obiettivo per tutta la vita. Si tratta di un’espressione che, a mia avviso, detiene in nuce un altro dei tuoi più amati tormentoni: fare impresa è fare arte. E l’arte si muove, cambia, evolve. Alla luce di questi due assunti, ci racconti il tuo modo di fare e pensare l’impresa?

Sono cresciuto nel paese del posto a vita. Nel paese del "piccolo è bello". Dove chi fallisce è un fallito per sempre. Dove l'imprenditore è visto necessariamente come qualcuno che ruba al prossimo per comprarsi una Ferrari evadendo le tasse.

Non mi è mai piaciuto. Non mi piacerà mai.

Per me il posto a vita è la definizione di una vita noiosa. Abbiamo una sola vita, e passiamo la maggior parte del nostro tempo a lavorare. Se non si fa qualcosa che veramente piace, con passione, si butta via una percentuale elevatissima del tempo a noi riservato. È un peccato.

È bello cambiare, è bello inseguire i propri sogni. Lo fanno gli artisti, creativi per eccellenza. Lo fanno gli imprenditori. Che non rubano per forza, che vogliono creare imprese grandi (grande è bello), che rischiano e ogni tanto sbagliano (falliscono), imparano e fanno aziende sempre migliori.

Le aziende piccole, da passare ai figli, non mi interessano. Diventano noiose. E i figli si siedono, trasformandosi in bamboccioni. In Silicon Valley si mira a fare aziende grandi (magari dopo qualche fallimento), per poi passarle in gestione a manager capaci, dando gran parte dell'eredità in beneficenza. È un modello diverso, seriale.

Pochi giorni fa mi è capitato di leggere una tua nota su Facebook in cui riportavi l’atteggiamento che caratterizza i venture capitalist della Silicon Valley rispetto agli imprenditori che hanno “fallito”. Nel tuo intervento, evidenzi come il fallimento venga considerato un’esperienza accrescitiva e non deligittimante. Quali sono le altri grande differenze di “approccio filosofico” all’impresa tra l’Italia e la Silicon Valley?

Ce ne sono diverse…

Una è la focalizzazione sul win-win. In ogni incontro, si cerca un accordo che possa generare risultati positivi per entrambe le parti. Da noi, si mira al win-lose. Sempre. E se va male, anche al lose-lose, la famosa Sindrome del Palio di Siena raccontata da Roberto Bonzio e ripresa da Beppe Severgnini.

Un'altra è l'idea che vendere l'azienda sia un peccato. Mortale. In Italia non si vende l'azienda, si viene comprati perché da soli non ce la si faceva. Qui si vende per guadagnare un sacco di soldi e riutilizzarli per un'altra azienda che ha probabilità più elevate di diventare enorme. Le aziende piccole che non crescono vengono chiamate Zombie. Nessuno vuole essere CEO di un'azienda Zombie. In Italia, la stragrande maggioranza delle aziende sono Zombie, anzi mini-Zombie…

Me ne vengono in mente altre ma mi fermo… L'Italia è un paese straordinario, con tantissimi imprenditori bravissimi. Ci manca un po' di cultura di impresa, e abbiamo una passione per il piccolo che purtroppo non si adatta più al mondo globalizzato. Bisogna cambiare passo e un po' di mentalità. Grande è bello. Piccolo è brutto (anzi bruttissimo) come dice Roger Abravanel.

Il progetto Fumbol è assolutamente open source, e chiunque abbia avuto un ruolo nello sviluppo e nel miglioramento del software viene citato nella pagina in cui si presenta il team di sviluppatori. Cosa offre in più la strategia open rispetto ad altre soluzioni e quali sono i suoi limiti, se ne ha?

Oggi non si fa più innovazione a porte chiuse. L'innovazione vera la si fa con una comunità di sviluppatori, che si selezionano da soli, in qualunque parte del mondo. Fare Funambol senza una comunità di decine di migliaia di membri sarebbe stato impossibile. Il mondo del wireless è troppo complicato: ci sono miliardi di dispositivi che sono diversi in ogni paese, e all'interno di un paese si comportano in modo diverso a seconda dell'operatore mobile. La matrice di combinazioni è impossibile da gestire per qualunque azienda, anche con migliaia di sviluppatori perché dovrebbero essere distribuiti in tutto il mondo. Una comunità mondiale è l'unica strada possibile per creare un software mobile veramente di massa. Senza l'open, non si potrebbe fare.

La strategia open non ha limiti, secondo me. Però va gestita bene, evitando di creare attriti con la comunità. Non è facile, quando si hanno investitori che vogliono creare profitti enormi. Però si può fare. Si tratta di saper camminare sulla corda bene, come i funamboli.

Esiste un settore specifico in cui, a tuo avviso, la strategia open source è sconsigliabile?

No.

Che cosa ti emoziona, ancora oggi, del progetto Funambol e quali credi che siano le caratteristiche che ne hanno determinato il successo?

Mi emoziona leggere un tweet in una lingua che non conosco, tradurlo con Google Translate e scoprire che c'è un utente in un paese lontanissimo che è entusiasta del nostro prodotto. Che gli ha salvato la vita perché aveva perso le foto di sua figlia appena nata, e con Funambol ha recuperato i suoi ricordi. Impagabile. Vale anni di fatiche.

Come ti sei sentito quando Funambol ha battuto MobileMe di Apple? Ricordi come hai reagito, cos’hai fatto, che clima c’era in azienda?

Mah, non me la sento di dire che abbiamo vinto. La battaglia è lunga e loro hanno risorse ben maggiori di noi. Però non credo vinceranno mai perché in una famiglia ci sarà sempre un dispositivo non Apple, che sia Android o Nokia o BlackBerry o altro. Apple fornirà servizi solo a chi usa sApple. Noi siamo orizzontali. Un dato interessante: il 72% di chi possiede un iPad non ha un iPhone. E i dati sull'iPad come fanno ad arrivare? Non grazie ad Apple. È una grandissima opportunità per noi.

Tra il team di sviluppatori del software ci sono due curiosi membri onorari: Settimo Severo, generale e imperatore romano (che figura come Funambol Team Inspirer) e quella che suppongo essere la tua automobile. Ci spieghi cosa hanno fatto queste due “entità” per Funambol o -per estensione- per te?

settimio severo

Fabrizio_Capobianco_bug


Settimio è il grande ispiratore del nostro CTO (co-fondatore e vera mente di Funambol), Stefano Fornari. Dovresti chiedergli perché abbiamo il suo busto in ufficio…. La mia macchina è un maggiolone, anche noto come bug qui negli States. È il bug che non si può mai fissare, troppo veloce e sfuggente. Io sono un pessimo sviluppatore, ma una macchina quando si tratta di attirare bachi. Il mio team mi odia ;-)

La sede italiana di Funambol si trova a Pavia ed è stata allestita in un ex cantina vinicola. Come credi agisca l’idea di essere in un luogo extra-ordinario e decisamente peculiare sull’umore o sulla capacità di concentrazione dello staff? Hai avuto modo di studiare la questione?

No. È un posto bellissimo ma umido. E gli ingegneri ragionano meglio al secco. Logisticamente è un incubo perché a furia di crescere siamo finiti ad occupare quattro piani. Ci vuole il fisico per passare dalla cantina (anche noto come il girone dell'inferno) al settimo cielo (che è il piano sopra il Paradiso), anche perché le scale sono ripide… Abbiamo trovato una nuova casa al Polo Tecnologico di Pavia, che deve ancora nascere. È un'iniziativa che abbiamo promosso dal primo giorno e che spero vedrà la luce a fine anno. Sarà il cuore del cuore della Silicon Valley Italiana.

Quest’immagine ti mostra nei panni di uno dei mille innovatori chiamati a raccolta da Working Capital 2011 per rifare l’Italia. Potendo determinare i primi tre punti dell’Agenda di una possibile ricostruzione del paese, da dove cominceresti?

fabrizio capobianco_working capital

Io mi occupo di innovazione, quindi mi limito a questo:

  • Focus sulla crescita. Tenere tenere tenere non serve a niente. Focus in particolare sull'high tech. Difendere il manifatturiero dove non possiamo competere sui costi è una battaglia persa. Eleviamo la battaglia su un fronte dove possiamo essere competitivi, anche con i costi. Le nostre università sfornano ancora tra i migliori cervelli del mondo. L'Italia può essere un centro di eccellenza mondiale sull'high-tech. Lo dimostra Funambol.
  • Focus sulle startup invece che sulla conservazione dell'esistente. È dimostrato che tutti i nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti vengono creati da startup. Bisogna promuovere aziende innovative, non solo difendere l'esistente per ragioni di bottega. L'Italia è in grado di diventare il top nel mercato della creatività, dove siamo già leader mondiali (ma solo nel design di prodotti fisici).
  • Integrazione spinta di università e aziende. Basta con questa storia che le università devono fare ricerca pura, non contaminata. Un po' sì, ma l'innovazione parte dalla ricerca pura per applicarsi a qualcosa. Altrimenti rimane un'idea su un foglio di carta, e non è quello di cui ha bisogno il paese

Ho altri sette punti ma te li risparmio ;-)