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Ogni volta che ragioniamo di Facebook e delle sue magagne sulla privacy le persone tendono a dividersi, automaticamente e dogmaticamente in spaventati e indifferenti (un tempo li avremmo definiti apocalittici e integrati ma meglio non confondere le questioni generali con quelle particolari). Eppure, ci piacerebbe non determinare né l'una né l'altra reazione, ma stimolare una discussione critica sul perché il social network di Zuckerberg si ostini impenitente -e nonostante le moltissime critiche che gli sono piovute addosso- a conservare un atteggiamento incurante dei diritti dell'utente.

Avete sentito bene. Ho parlato di "diritti", perché se è vero che un utente che non intende fornire informazioni sensibili su di sé può utilizzare Facebook in maniera discreta, è anche vero che se invia messaggi privati attraverso Facebook e poi li cancella ha il sacrosanto diritto che questi scompaiano (per sempre) dalla faccia della terra. E invece che succede? Succede che i messaggi, anche quelli che l'utente aveva deciso di eliminare, vengono cancellati sono dal suo account, ma restano in copia nei database.

E non si tratta solo dei messaggi. La situazione è di gran lunga più grave, e dovrebbero cominciare a preoccuparsene anche i governi degli stati.

A scoprirlo, accendendo l'indignazione dell'intero continente europeo, è un ventiquattrenne austriaco che -attraverso una serie di video- denuncia tutte le azioni che Facebook compie fuori dagli standard europei. Non si tratta di piccole furbate o di strategie commerciali sì, ma chiare ed evidenti, di comportamenti di cui sarebbe bene che qualcuno chiedesse conto.

In Italia, già Stefano Quintarelli e Dario Savelli hanno segnalato la cosa, e non si tratta certo di due apocalittici,

Vi forniamo l'elenco delle azioni che il social network compie senza averne diritto e lasciamo a voi ogni giudizio, invitandovi -inoltre- a prendere visione del video che proponiamo in coda all'articolo e a riflettere su un semplice dato: molti sanno che è impossibile cancellare davvero e definitivamente un profilo Facebook, perché resta sempre traccia degli utenti all'interno del web, per mezzo degli altri profilo, ma ora sappiamo che è impossibile cancellare il proprio profilo anche perché è Facebook stesso che ne conserva una copia, e lo fa senza nessuna esplicita approvazione dell'utente in tal senso.

Non è il caso di allarmarsi, certo. Ma di protestare fermamente sì.

Cosa fa Facebook senza averne diritto:

  • conserva i Poke anche dopo la cancellazione da parte dell'utente;
  • raccoglie informazioni sugli utenti senza che essi ne vengano informati. Quei dati vengono utilizzati per aggiornare i profili degli utenti e costruire profili di non-utenti;
  • raccoglie dati dall'applicazione iPhone senza informarne gli utenti;
  • nulla viene davvero cancellato: messaggi, post cancellati, tag, amici, immagini eliminati dall'utente vengono conservati senza il suo consenso. Va da sé -infatti- che se un utente li cancella desidera che spariscano, non che ne venga conservata una copia nei database del social network;
  • formulato il consenso alla privacy in maniera vaga, contraddittoria e poco chiara. Se agli USA si applicassero gli standard europei e irlandesi, esso non sarebbe valido. Questo significa il consenso alla privacy policy di Facebook -in Europa- non è legittima;
  • ha introdotto il riconoscimento facciale in violazione della stessa privacy policy e non può applicarlo senza consenso. Mancano, però, informazioni appropriate e una formula di consenso priva di ambiguità;
  • non fornisce tutti dati alla richiesta di accesso;
  • dichiara di non garantire alcun tipo di sicurezza dei dati raccolti, a nessun livello.
  • consente alle applicazioni utilizzate dagli "amici" di accedere ai dati dell'utente. E non esiste alcuna garanzia che queste applicazioni seguano gli standard di privacy europei;
  • ospita enormi quantità di dati personali e li elabora per i propri scopi. Sembra che Facebook sia un ottimo esempio di un illecito "eccessivo trattamento dei dati".
  • utilizza un sistema opt-out invece di un sistema opt-in, come invece è richiesto dal diritto europeo;
  • utilizza le azioni che l'utente compie attraverso il pulsante Like per tenere traccia delle sue attività sul web.  
  • imposta la privacy sulle foto in modo da regolare chi è autorizzato a vedere il link a una foto. Ma la foto in sé e per sé è "pubblica" su Internet. Questo rende più semplice aggirare le impostazioni.
  • consente che gli utenti vengano aggiunti ai gruppi senza il loro consenso, questo significa che un utente può trovarsi all'interno di un gruppo che potrebbe dare un'immagine falsata della sua persona;
  • modifica la privacy policy di continuo, e gli utenti non vengono propriamente informati, né chiede loro di esprimere il consenso alle nuove versioni della policy.

Sulla base di queste informazioni, ottenute per mezzo della ricerca del ventiquattrenne Max Schrems, è stato creata l'organizzazione Europe vs Facebook, la quale intende chiedere conto al social network di tutte queste storture e che, stando al Times irlandese, è riuscito a utilizzare la sua ricerca per forzare una indagine sulla privacy di Facebook a opera del il Data Protection Commissioner.

Restiamo in attesa di successivi sviluppi.