google mocality

L'ultimo anno di vita di Google è stato un susseguirsi senza requie di scandali e accuse. Prima la Commissione Europea minaccia la stangata a causa della denuncia, da parte di diversi siti, dell'abuso di posizione dominante di cui BigG si sarebbe resa colpevole alterando l'indicizzazione dei risultati a favore dei servizi di sua proprietà, poi la vicenda riguardante la ricerca sociale che ha visto Twitter scomparire dalle SERP a favore di Google+ e ora lo scandalo Mocality che, se vedesse confermata una responsabilità diretta da parte di Google, rappresenterebbe davvero il punto più basso mai raggiunto dalla compagnia di Mountain View.

BigG -infatti- si dichiara totalmente estranea alla vicenda (sia nel concepimento della vergognosa operazione di concorrenza sleale, sia nella sua messa in opera) ma non può fare a meno di farsi carico della responsabilità morale dell'accaduto. Si tratta del minimo sindacale, di un'ammissione di colpa necessaria per quanto affatto sufficiente.

Ma proviamo a riassumere i fatti.

Google VS Mocality –  Il fatto

Partiamo dal principio, ovvero da cos'è Mocality e -quindi- dall'eventuale interesse di Google a fargli le proverbiali scarpe.

Mocality è una start up keniota che, a costo di grandi sforzi e notevoli investimenti, è riuscita nel difficile compito di creare una directory commerciale (ovvero un elenco online delle aziende operanti sul territorio) in un paese in cui le condizioni di partenza sono decisamente più sfavorevoli che altrove. Infatti, come sottolineato dal CEO di Mocality Stefan Magdalinki nel post di attacco a Google: "Quando abbiamo dato inizio al nostro business sapevamo che (a differenza del Regno Unito e Stati Uniti, dove si può semplicemente dare inizio a directory commerciali utilizzando un DVD di dati aziendali acquistate da un fornitore) se avessimo voluto un database completo di attività del Kenya, avremmo devono costruirlo da soli. Sapevamo anche ce se avessimo voluto avviare rapidamente il nostro business, avremmo dovuto coinvolgere molti kenioti". Ed è quello che hanno fatto. Attraverso la formula del crowdsourcing hanno creato un programma che si avvale di M-PESA e ricompensa con un telefono cellulare ogni keniota che contribuisce alla costruzione del database di Mocality.

Il risultato?

Dopo poco più di due anni e 100.000 dollari investiti nei pagamenti individuali, Mocality ha costruito la directory più completa del Kenya, con più di 170.000 voci verificate. Ma il dato straordinario è che per i due terzi delle aziende censite, quello con Mocality ha rappresentato il primo contatto con il Web. E questo significa che grazie a Magdalinki & Co. circa 100.000 entità commerciali sono state portate online.

Tutto il business di Mocality consiste del suo database. Ed è proprio quello che Google ha colpito, sebbene non siano chiari i livelli di cognizione e partecipazione che i vertici dell'azienda hanno avuto nella vicenda.

Nel settembre 2011, infatti, la compagnia di Mountain View decide di aprire un servizio che, per molti versi, coincide con Mocality. Il servizio si chiama Getting Kenya Business Online (GKBO) e ha lo scopo di censire le aziende keniote spingendole a costruirsi una spazio online. Per far questo Google offre loro un dominio, un sito web su misura e costantemente aggiornato, assistenza, consigli e formazione. Mocality, da parte sua, accoglie con gioia l'iniziativa; il Kenya sta ancora muovendo i primi passi nel mondo Internet e c'è posto per tutti, anzi: più realtà organizzate cominciano a interessarsi alla nazione africana e più velocemente si cresceranno in numero, volume e qualità le opportunità di business online.

Inoltre, Magdalinki e il suo team sono fermamente convinti che il loro modello business possa competere con Google. Il problema è che hanno ragione. O meglio, hanno più che ragione.

A quanto pare, infatti, è BigG a sentir minacciata la sua potenziale leadership dalla presenza di Mocality e così -in maniera quasi istantanea- molte aziende facenti capo alla start up keniota cominciano a ricevere strane telefonate da sedicenti dipendenti Google. Nelle telefonate si accenna al fatto che Mocality sarebbe un'azienda controllata da BigG, all'assistenza nella costruzione di siti web (servizio che Mocality non offre, limitandosi -per ora- al censimento e alla costruzione della directory) e -quel che è peggio- si insinua che Mocality pretenda denaro per inserire le aziende nella sua directory.

Nei primi mesi, Magdalinki e suoi sono passati dall'ignorare la questione credendo si trattasse di un caso isolato,(o magari della libera iniziativa di qualche buontempone) al mettere in atto vere e proprie trappole allo scopo di raccogliere prove a sostegno dell'ipotesi che fosse proprio Google in persona a minacciare la loro attività.

Dal mese di novembre in poi sono state registrate diverse telefonate, ne è stata trascritta qualcuna, sono stati intercettati e registrati i dati di connessione dei dipendenti che effettuavano le chiamate, e tutto prova che si è trattato di un'operazione marchio Google.

Insomma, se di terze parti si tratta, queste terze parti avevano accesso alla rete aziendale della compagnia di Mountain View e quindi -come minimo- erano direttamente controllate da BigG.

google_ip_mogality

Google ha intercettato bel il 30% del database della start up keniota la quale -pur con il timore di non poter reggere un'eventuale battaglia legale nei confronti di un colosso come BigG, tanto che al momento ha chiarito di non avere simili intenzioni- non ha potuto tacere riguardo l'abuso di potere che veniva perpetrato.

Ecco, infatti, le parole con cui il CEO di Mocality conclude il suo j'accuse: "Mi sono trasferito in Africa dal Regno Unito 30 mesi fa per diventare CEO di Mocality. Quando sono arrivato, la reputazione del Kenya era quella d'un luogo d'affari corrotto, e questo mi rendeva nervoso. Ma, fino a questo punto, sono felicemente sorpreso. Qui non ho mai condotto affari che non fossero onesti. Tutte le multinazionali devono adattarsi alle pratiche culturali del paese ospitante, è un fatto importante, ma l'etica è un criterio invariabile. Come ammiratore dell'atteggiamento generalmente etico di Google in tutto il mondo, mi spiace riscontrare che tali principi non siano stati applicati in Kenya, questo è semplicemente … triste. Qualcuno, da qualche parte, ha alcune domande a cui rispondere".

Google VS Mocality –  Le scuse di Google

Dopo la denuncia di Mocality, avvenuta l'11 gennaio scorso, Nelson Mattos -vicepresidente del reparto ingegneristico di Google in Europa, Medio Oriente e Africa- ha pubblicato sul suo profilo Google+ il seguente messaggio di scuse:

"Siamo mortificati dall'apprendere che un team di persone che lavorano a un progetto Google ha impropriamente utilizzato i dati di Mocality e travisato il nostro rapporto con Mocality al fine di incoraggiare i clienti a creare nuovi siti web. Abbiamo già chiesto scusa a Mocality senza riserve. Stiamo ancora indagando riguardo cosa sia esattamente accaduto, e non appena avremo chiari tutti i fatti, prenderemo le adeguate misure adeguate nei confronti delle persone coinvolte".

La linea difensiva di BigG -quindi- è la seguente: c'è un reparto di Google (o magari un semplice concessionario indipendente dalla casa madre) che ha agito in maniera autonoma e senza alcuna direttiva specifica da parte dei vertici aziendali. Ma, se anche fosse così, le scuse non bastano quando azioni di cui si è responsabili potrebbero aver seriamente leso l'attività commerciale che il team di Mocality ha faticosamente costruito.

Conclusioni

Google non può limitarsi a scaricare la responsabilità su una qualunque terza parte, ostentando espressioni di mortificazioni, facendo un paio di telefonate e pretendendo che questo basti a riabilitare il celebre motto che la vorrebbe impegnata a non esser mai "evil".

Secondo un noto investigatore di fantasia -probabilmente il più noto- ci sono casi in cui tre indizi fanno una prova e Google comincia a essere coinvolta in troppi scandali per avere licenza di continuare a far finta di niente.

Se poi si aggiunge il recente dietro front sulla questione cinese appare evidente come l'etica non possa essere più considerata -se mai lo è stata- una caratteristica fondante dell'universo Google. Ci sono casi in cui non si può semplicemente ignorare l'azione compiuta dalla propria mano destra e pretendere che tanto basti a mettere le cose a posto. È davvero tutto qui l'impegno che Google intende profondere nello sdebitarsi con Mocality? Se non spettava ai vertici aziendali vigilare sull'operato delle consorelle –e in particolare sull'operato di Google India che pare essere la divisione con più responsabilità nell'accaduto- chi avrebbe dovuto farlo e ha mancato al suo compito?

Ma la domanda davvero scomoda è un'altra: siamo assolutamente certi che il trattamento riservato a Mocality non sia diventato una sorta di trattamento stardard nelle zone più povere del mondo?

La nostra, ovviamente, lungi dall'essere un'accusa, rappresenta solo una legittima preoccupazione; una preoccupazione che si fa tanto più urgente e diffusa quanto più si moltiplicano le accuse di abuso di posizione dominante nei confronti di Google.

L'affermazione secondo cui una grande compagnia è naturalmente soggetta a diventare bersaglio d'ogni sorta d'accuse solo perché "potente e invidiata" non regge più, e questo perché appare fin troppo evidente come -al punto in cui siamo- BigG non abbia più la possibilità di recitare il ruolo della vittima, dell'oggetto passivo di cospirazioni e calunnie.

Ora è il momento delle risposte. E una grande compagnia si misura anche sulla capacità di offrirne.