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I blogger dell’HuffPo si uniscono in una class action contro Arianna

I blogger contro Arianna Huffigton e AOL: vogliamo essere risarciti.
A cura di Anna Coluccino
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arianna huffington

I blogger dell'Huffington Post fanno sul serio. Forse non ne era convinta Arianna Huffington quando, peccando di superbia, aveva affermato qualcosa del tipo "che vadano pure via se non vogliono continuare a scrivere in cambio della sola visibilità, di blogger disposti a lavorare gratis ne trovo quanti ne voglio", il che è certamente vero, ma -ora- cara Arianna, vedremo cosa ne pensa la giuria. Eh già, perché gran parte dei 9.000 blogger dell'HuffPo ha deciso di unirsi in una class action contro Arianna Huffington e Kenneth Lerer (co-fondatori della celebre testata online); una class action che rischia di stabilire un pericoloso precedente per tutti quei datori di lavori che si dimostrano molto bravi a chiedere l'aiuto di tutti quando si tratta di investire in un progetto emergente, ma poi si rivelano meno "comunitari" quando si tratta di dividere il frutto del lavoro collettivo.

La class action è capitanata da Jonathan Tasini, giornalista e sindacalista, collaboratore di lunga data dell’Huffington Post che ha redatto 250 articoli in cambio di nulla: “ Sostanzialmente i blogger del giornale sono stati trasformati in moderni schiavi nella piantagione di Arianna Huffington”. Queste le pesanti dichiarazioni di Tasini; parole che trovano ampio consenso in rete e fuori e a cui Arianna e Ken rispondono "lo sapevate, e avete accettato per promuovere voi stessi".

In effetti, i blogger hanno accettato di lavorare gratis, e lo hanno fatto per cinque anni in cambio di visibilità, indipendenza, accumulo di esperienza e nient'altro perché anche loro -come Arianna & Co- erano desiderosi di mettersi alla prova, scommettendo sul successo del progetto HuffPo e su loro stessi. Per cinque anni non hanno chiesto neppure una misera percentuale sulle revenus pubblicitarie che essi stessi contribuivano a portare al giornale, né si sono lamentati del fatto di scrivere per la gloria. Ma quando, nei primi giorni di febbraio, AOL ha sganciato ben 315 milioni di dollari per acquistare un prodotto il cui valore aveva raggiunto simili cifre anche grazie al lavoro dei 9.000 blogger dell'HuffPo, ci si poteva aspettare un minimo di riconoscenza da parte di Arianna. E invece niente. I 315 milioni di dollari sono finiti tutte nelle tasche dei co-fondatori, perché la storia è sempre la stessa: l'investimento lo si fa insieme, i guadagni spettano solo al "boss".

Qualche settimana fa, affrontando la questione, abbiamo dipinto Arianna Huffington come la strega di Biancaneve e dissertato ampiamente riguardo l'ingiustizia perpetrata ai danni dei blogger. Ma, oggi, vorremmo aggiungere un ulteriore tassello alla discussione, soprattutto alla luce dei contributi che molti giornalisti statunitensi hanno apportato al dibattito negli ultimi giorni, primo fra tutti Paul Carr di TechCrunch (senza nulla togliere all'indipendenza della famosa testata tecnologica statunitense, vogliamo premettere che TechCrunch fa parte del gruppo AOL e, dopo l'acquisizione dell'HuffPo, è passata -seppure controvoglia- sotto l'egida dell'Huffington).

Stando a quel che dice Carr, Arianna farebbe bene a non pagare i blogger perché, volendo riassumere all'essenziale le colorite espressioni di Carr, sono stati loro a proporsi alla testata e non viceversa. In sostanza: i blogger avrebbero fatto carte false pur di scrivere per l'HuffPo, lo hanno fatto ben conoscendo le condizioni di lavoro ed hanno accettato la proposta di lavorare gratis per ottenere quella stessa visibilità che ora consente loro di fare la voce grossa. Insomma, stando al giornalista statunitense, i blogger ora non avrebbero il diritto di fare una simile richiesta, pretendendo di sovvertire lo stesso sistema da cui hanno tratto vantaggio.

Come sempre, l'acuta e approfondita riflessione di Carr sembra non lasciare spazio al dubbio.  Il cui succo è: non si sputa nel piatto in cui si mangia.

E la posizione espressa in queste ore da un portavoce dell'HuffPo ricala esattamente quanto dichiarato da Carr:

The lawsuit is without merit. As we’ve said before, our bloggers use our platform – as well as other unpaid group blogs across the web — to connect and help their work be seen by as many people as possible. It’s the same reason hundreds of people go on TV shows to promote their views and ideas. HuffPost bloggers can cross-post their work on other sites, including their own. Aside from our group blog, to which thousands of people from around the world contribute, we operate a journalistic enterprise with hundreds of staff editors, writers, and reporters, all of whom have commensurate responsibilities — and all of whom are paid.

Ma è possibile liquidare in maniera così semplicistica la questione? Può davvero bastare un ragionamento che, nella sostanza, si limita ad affermare che una volta accettate determinate condizioni si perde il diritto a qualunque replica? Il "piatto in cui si mangia e non si sputa" di cui parlano Carr e gli alti manager dell'Huffingotn Post non è lo stesso di cinque anni fa. Qualunque tipo di contratto è soggetto a negoziazioni periodiche, o davvero Arianna si aspettava che -vita natural durante- i suoi blogger sarebbero stati gli unici lavoratori al mondo il cui "contratto" non avrebbe subito variazione alcuna? L'arrivo di 315 milioni di dollari nelle casse dell'HuffPo ha determinato l'aprirsi di un nuovo e più fruttuoso scenario, uno scenario che i blogger hanno contribuito a disegnare e sarebbe stato opportuno -quanto meno- riconoscere loro un "premio" per quanto hanno fatto in cinque anni.

La verità è che poco importa se la corte riconoscerà ai blogger il risarcimento di 105 milioni di dollari che hanno richiesto,  non importa se confermerà l'esistenza di un crimine, di un'ingiustizia, di un comportamento anti-etico o che so io. Quel che nessuno potrà mai contestare e che Arianna Huffignton si è comportata da ingrata, e se penalmente la cosa può non avere rilievo alcuno, ce l'ha sicuramente da un punto di vista etico. E nella professione giornalistica, l'etica è tutto.

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