Zuckerberg Georgetown

Definendo le politiche di Facebook come il risultato di scelte morali, piuttosto che di decisioni commerciali e in un momento particolarmente delicato in cui il social network è sotto accusa per aver contribuito a diffondere le fake news, a Georgetown Mark Zuckerberg fa quella che si potrebbe definire una dichiarazione d'amore al primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America. E la fa in un periodo in cui il diritto di parola è sotto assedio a livello globale, riconoscendo il fatto che la sua azienda tragga profitto dalla disinformazione, ma sottolineando che non è questo il il motivo per il quale la società ha deciso di consentire la pubblicazione di annunci imprecisi sulla piattaforma.

"Non è giusto che un'azienda privata censuri i politici"

"Dara la delicatezza dei post sponsorizzati politici, ho considerato l'ipotesi di smettere di consentirli su Facebook" – ha detto Zuckerberg – "Dal punto di vista aziendale, la controversia che si crea non vale di cervo la piccola parte dei ricavi che genera. Ma le pubblicità politiche sono una parte importante del diritto di parola, soprattutto per i candidati locali, per gli sfidanti emergenti e per i gruppi di difesa che, altrimenti, non otterrebbero la stessa attenzione da parte dei media".

In soldoni (e forse anche in risposta a TikTok e alla polemica circa la censura cinese) il CEO di Facebook va dritto al punto: così come quanto viene annunciato nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, che garantisce la terzietà della legge rispetto al culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa, anche su Facebook la parola e libera e non ci saranno mai limitazioni relative ai post sponsorizzati a scopo politico.

Una filosofia piuttosto chiara, che in molti potrebbero considerare quasi un'attenuante, e che viene ribadita dal CEO di Facebook anche per quanto riguarda la gestione delle fake news sul social network: "Non credo che la maggior parte delle persone voglia vivere in un mondo in cui è possibile pubblicare solo cose che le aziende tecnologiche ritengono vere al 100%", ha detto Zuckerberg a Georgetown.

Punta il dito verso TikTok: "È davvero questo l'internet che vogliamo?"

E con un colpo quasi da maestro, nel suo discorso alla Georgetown University, sottolineando le policy di moderazione su Facebook in termini di un impegno costante per la libera espressione Zuckerberg ha creato un netto contrasto con le aziende cinesi che potrebbero non essere della stessa idea. E no, il collegamento con la decisione di TikTok di abolire qualsiasi contenuto sponsorizzato a fine politico sulla piattaforma non è affatto sbagliato.

Sottolineando i valori secondo i quali Facebook continuerà ad andare avanti, il CEO del social network ha sottolineato che quegli stessi valori erano già stati minacciati dalla Cina e dalla sua tediosa censura: "Se la piattaforma di un'altra nazione stabilisce le regole" – ha detto Zuck – " le conversazioni nella nostra nazione potrebbero essere definite da un insieme di valori completamente diversi da quelli che ci appartengono".

Ma è chiaro che le preoccupazioni relarive alla censura cinese non sono solo un problema di Facebook ed hanno raggiunto il culmine nel corso delle proteste di Hong Kong, un periodo molto complesso per lo Stato asiatico e altrettanto difficile per tutti i social network, che si sono trovati a tentare di soffocare le manifestazioni di supporto per le proteste. E il caso del pro-player di Hearthstone bannato da Blizzard proprio per aver dichiarato apertamente supporto ai manifestanti, è solo l'ultimo dei casi più esplicativi della situazione attuale.

E nel descrivere la situazione cinese, Zuckerberg non la tocca di certo piano: per il patron dei social network, l'ascesa delle aziende internet cinesi è da considerarsi la più grande minaccia per la libera espressione americana. D'altronde tutti i torti non li ha, soprattutto considerando che un decennio fa quasi tutte le principali piattaforme Internet erano americane, mentre oggi sei dei primi principali network sono cinesi, e questo include anche i social media. "Mentre i nostri servizi come WhatsApp sono utilizzati da manifestanti e attivisti in qualsiasi parte del mondo, grazie alla forte crittografia e le protezioni della privacy, su TikTok, l'app cinese, le citazioni di queste stesse proteste sono censurate, anche qui negli Stati Uniti. È Internet che vogliamo?"

La risposta del social cinese

E a pochi minuti dalle pesanti dichiarazioni, sovente è arrivata la risposta di TikTok, che ha negato le accuse di Zuckerberg, sottolineando come le decisioni sulla moderazione negli Stati Uniti siano prese da un team con sede in America e non influenzate da alcun governo: "Il governo cinese non ha mai richiesto a  TikTok di censurare il contenuto dei post pubblicati sulla piattaforma e, anche se lo facesse, non avrebbe alcuna giurisdizione poiché l'azienda non opera in Cina" – ha dichiarato un rappresentante del social network cinese – "Per essere ancora più precisi: non rimuoviamo i video in base alla presenza di contenuti di protesta di Hong Kong".

È in gioco la politica di moderazione

E se per molti l'argomento che regola le politiche di moderazione potrebbe sembrare irrilevante o noioso, in realtà non è affatto così. Anzi, quando si parla di quest'argomento, è come se si parlasse di parte del futuro dei social network (e, quindi, dell'informazione di massa). Un futuro che molto probabilmente vivrà un pesante conflitto, intensificato anche dalla lotta (a suon di botta e risposta) tra Facebook e i suoi concorrenti.

"Continueremo a batterci per dare più voce alle persone e far in modo che vengano ascoltate" – ha concluso Zuckerberg – "oppure vogliamo davvero dire addio al diritto di pubblica espressione?".