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Julian Assange incoronato “persona dell’anno” dai lettori ma snobbato dal Time

E’ quello di Julian Assange il volto che i lettori del Time Magazine avrebbero voluto vedere sulla copertina dedicata alla “Persona dell’anno”, ma non era una scelta semplice.
A cura di Anna Coluccino
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Julian Assange

Questo ultimo scorcio di 2010 vive ormai all'ombra di Wikileaks e delle vicende che colpiscono il suo indiscusso leader Julian Assange. Ed ecco che anche l'incoronazione di Mark Zuckerberg come "uomo dell'anno", o meglio come personality of the year", si tinge di mistero per via della decisione del Time Magazine di ignorare completamente la volontà dei lettori e di scegliere qualcuno la cui elezione appare semplicemente una scelta di comodo.

Il punto è che se non fosse successo quello che è successo, se Julian Assange non fosse stato ingiustamente perseguitato e non si fosse reso protagonista del tentativo di rovesciare governi bugiardi e presidenti mendaci, quella di Mark Zucerberg sarebbe stata un'ottima scelta, doverosa quasi, ma alla luce dei fatti recenti non può essere così. Lo sanno bene i lettori di Time Magazine che hanno tributato ad Assange ben 400.000 voti in più del secondo classificato (che non è Zuckerberg ma Recep Tayyip Erdogan, primo ministro turco). Sia gli utenti che la redazione del Time -quindi- sembrano essere perfettamente coscienti del fatto che quest'anno è successo qualcosa di davvero importante nel mondo web e, in particolare, nel settore giornalismo online.

Il volto dell'informazione e della comunicazione è cambiato per sempre, e questo cambiamento ha visto due grandi condottieri alla sua guida, due personaggi che -però- si occupano di aspetti molto diversi dell'informazione, e tra i due il Time Magazine ha preferito quello più polically correct, quello con il volto più rassicurante, quello che fa beneficenza, quella che non sta in galera. Insomma: ha scelto Mark Zuckerberg. Eppure sarebbe stato molto più importante tributare un tale merito ad Julian Assange; proprio ora. Proprio ora che è in galera, così come lo è -nel suo paese- il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo. Sarebbe stato fondamentale non solo per il prosieguo della pretestuosa inchiesta giudiziaria che vede coinvolto il leader di Wikileaks, ma anche perché -in questo modo- le istituzioni diplomatiche avrebbero dovuto ammorbidire i toni e piantarla di parlare di Assange come di un terrorista. Avrebbero dovuto riconoscergli un'identità ben diversa da quella che fa loro comodo promulgare, e avrebbero dovuto confrontarsi -per la prima volta da quando tutto questo è cominciato- con ciò che Assange ha rivelato, con le loro stesse menzogne, con il loro mortifero doppiogiochismo e non con il fantoccio di un "nemico pubblico" che hanno creato ad arte per non dover affrontare ciò che hanno fatto.

Certo, una scelta del genere avrebbe esposto il Time a severe critiche da parte della comunità internazionale, ma sarebbe stata una scelta di coscienza, una scelta in difesa della libertà di informazione, intesa come la possibilità di dire qualunque cosa purché sia la verità. Non dovrebbe essere questo l'unico credo del giornalismo?

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