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Julian Assange: L’uomo che ha stravolto il mondo dell’informazione online

La persecuzione politica ai danni di Julian Assange assume toni grotteschi, il collettivo Anonymous prova a difendere l’uomo simbolo della libertà di informazione.
A cura di Anna Coluccino
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Mentre "I Want Media" incorona Julian Assange "Media Person" del 2010 e il New York Times si chiede se Wikileaks abbia cambiato per sempre il volto del giornalismo, un Grand Jury federale degli Stati Uniti valuta possibili accuse in grado di incriminare il fondatore e leader del sito. Ecco riassunte in poche righe le principali novità del caso che sta appassionando milioni di persone in questo ultimo scorcio di 2010 e, fin da queste prime battute, appare evidente che nessuno dei due schieramenti sembra essere sul punto di mollare la presa: i difensori della libertà di'informazione, con il gruppo Operation Payback in testa, continuano a lottare perché non si faccia alcuna eccezione al diritto di conoscere la verità; mentre i sostenitori della ragion di stato e della "sicurezza nazionale" continuano a lanciare attacchi -per lo più pretestuosi- ai danni del leader di Wikileaks.

Nelle ultime ore, il collettivo Anonymous a capo dell'Operation Payback, ha deciso di affondare un obiettivo che -a prima vista- sembrerebbe essere del tutto fuori contesto. Si tratta del sito Gawker, uno spazio web dedicato prevalentemente a tematiche fashion ed iper-tecnologiche. In poche ore gli hacktivists sono riusciti ad impossessarsi di un milione e mezzo di nomi utente e passwords, arrivando persino ad annunciare il successo del loro attacco dalle pagine Twitter di Gawker (su cui campeggia la scritta "Support Wikileaks"). In realtà, Gawker è del tutto estraneo alla battaglia tra libertà di informazione e sicurezza nazionale apertasi in seguito alla diffusione di documenti diplomatici top secret, il sito -però- è noto per aver espresso più e più volte le sue posizioni anti-hackeristiche e per aver diffuso informazioni false e tendenziose circa le attività di gruppi anonimi di hacker.

E mentre i suoi sostenitori si danno da fare per difendere il lavoro di una vita, Julian Assange è ancora sotto inchiesta (e sotto mandato internazionale) per un reato che esiste solo in Svezia e per il quale sarebbe prevista una semplice ammenda di 750 dollari. Assange, invece, per quello stesso reato viene detenuto ormai da giorni. La polizia di tutto il mondo si è mobilitata per acciuffare un dongiovanni, ovvero un uomo colpevole di aver fatto sesso (più che consenziente) con due donne senza utilizzare il preservativo. Un reato per il quale andrebbero incriminati il 50% degli uomini del pianeta, ma evidentemente Assange non è un uomo qualunque, ed ogni scusa è buona per tenergli il fiato sul collo e provare ad infilarlo dietro le sbarre.

Per ora Assange è detenuto nelle carceri di Londra e gli è già stata rifiutata l'istanza di scarcerazione dietro pagamento della cauzione. Oggi ci riproverà, e chissà che i giudici londinesi non decidano di passarsi una mano sulla coscienza ed ammettere che è fuori da ogni logica detenere in prigione un uomo per non aver usato il preservativo. Qualche quotidiano italiano (come Libero) continua a parlare di "stupro", forse per paura che se la gente scoprisse davvero in cosa consiste questo "stupro" comincerebbe a domandarsi se non sia Assange la vittima, e le diplomazie nazionali i carnefici.

Perché sì, quel che è certo è che Wikileaks ha cambiato per sempre il volto del giornalismo, e diviso inevitabilmente il mondo in due blocchi: chi afferma il diritto ad essere informati, sempre e comunque, su qualunque argomento, e chi lo nega. E poco contano i tentativi di soggetti come Daniel Domscheit-Berg, ex braccio destro di Assange, che crede di poter mettere tutti d'accordo creando Openleaks, la versione politically-correct di Wikileaks. Non è possibile sostenere contemporaneamente la libertà di informazione e la ragion di stato. Tentare di far dialogare punti di vista così diversi significa tradire, inevitabilmente, uno dei due. E provate a chiedervi chi sarà ad uscire perdente dall'incontro diplomatico. Se proprio non riuscite ad immaginarlo, provate a dare un'occhiata a come stanno le cose in questo preciso momento: da un lato abbiamo un Grand Jury, una figura potente, istituzionalizzata, politica che decide di trovare dei possibili capi d'accusa che giustifichino un'incriminazione penale ai danni di Assange, dall'altro abbiamo un folto gruppo di cittadini che prova a resistere come può al sabotaggio indiscriminato ai danni di Wikileaks; da un lato abbiamo le istituzioni diplomatiche dei più potenti paesi al mondo che chiedono la testa di Julian e che comprano la connivenza delle grandi aziende tacciandole di "antipatriottismo" per il solo fatto di sostenere tecnicamente la causa di Wikileaks; dall'altro abbiamo una manciata di media, giornalisti, figure di spicco a livello intellettuale che chiedono la fine della caccia all'uomo in nome della verità. Verità e potere non sono mai andati molto d'accordo, il mantenimento del potere richiede sotterfugio e segretezza, la verità gli è nemica. Una volta compreso questo, come si può anche solo pensare ad una soluzione cerchiobottista?

Ecco. Non si può.

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