19 Maggio 2011
10:08

La risposta ufficiale di Wikileaks sull’accordo di riservatezza milionario

Il fondatore di Wikileaks risponde alle critiche scoppiate a proposito del Non-Disclosures Agreement (NDA): l’accordo che i dipendenti del sito erano obbligati a firmare.
A cura di Redazione Tech

L’australiano Julian Assange continua a dividere. C’è chi lo sostiene contro tutto e tutti e chi vorrebbe addirittura “fargli la pelle”. Oggetto delle ultime rappresaglie è stato il Non-Disclosures Agreement (NDA) che, come si è scoperto, i collaboratori di Wikileaks firmavano per garantire che tutte le notizie pervenute all'indirizzo del sito non sarebbero uscite di lì.

La penale per chi si macchiava di sabotaggio ai danni del sito, stando all'articolo del New Statement che ha realizzato lo "scoop", sarebbe stata di 12 milioni di sterline. Peccato che l'autore del servizio, David Allen Green, abbia dimenticato di menzionare il fatto che l'accordo non sia mai stato fatto valere, neppure contro Daniel Domscheit-Berg che si è reso colpevole di un vero e proprio sabotaggio ai danni di Wikileaks.

E peccato anche che Green non sia, esattamente, un simpatizzante della causa che è stato "deluso" da questa scoperta, tant'è vero che non ha mai speso parole di grande apprezzamento per il lavoro di Assange & Co.

Certo, anche Assange ha le sue fissazioni come -ad esempio- la recente mania di attaccare la rete. Ed anche se, principalmente, i suoi strali si rivolgono principalmente contro Facebook è di pochi mesi fa l'intervento in cui Julian ammoniva dal fidarsi ciecamente del web perché "una tecnologia che può essere sfruttata per mettere in piedi un regime totalitario basato sulla sorveglianza". Ciononostante, il patron di Wikileaks ammette che Internet può avere un ruolo chiave e, allo stesso tempo, ha rivendicato il ruolo cruciale che il suo sito ha svolto nel dare inizio alla rivolta popolare in Medio Oriente .

Ma, a parte le personali opinioni di Assange in materia di Internet e controllo globale, ciò su cui intendiamo puntare i riflettori è la risposta che una collaboratrice di Wikileaks ha sentito di dover offrire attraverso le pagine del New Statement per chiarire la questione del NDA che, come spesso accade quando si parla di Wikileaks, sembra essere stata ampiamente strumentalizzata.

Innanzitutto, la collaboratrice chiarisce che la sanzione prevista per i collaboratori che rendevano noti all'esterno i documenti pervenuti all'indirizzo di Wikileaks non era di 12 milioni di sterline, ma di sole 100 mila, ed aggiunge che, a differenza di quanto riportato da Green, non esisteva alcuna clausola che le impedisse di parlare del suo lavoro all'interno di Wikileaks, ma solo di non divulgare il contenuto dei documenti. Inoltre, ad ulteriore conferma di quanto dichiarato, sottolinea che l'accordo era redatto così male ed aveva così tante falle che lei stessa non l'ha mai considerato un pericolo o un atto illegittimo visti gli scopi perseguito dall'organizzazione, tant'è che l'ha portato a casa come fosse un souvenir della sua esperienza in Wikileaks, impreziosito dalla firma dell'uomo più ricercato del mondo.

Becky Hogge -questo il nome della collaboratrice- sottolinea ironicamente di "non essere particolarmente fiera di questo atteggiamento, specialmente se si considera il fatto che, in sostanza, non ho portato a termine nessun lavoro per l'organizzazione in cambio del mio souvenir".

A proposito del titolo utilizzato da David Allen Green, poi (“The £12m question: how Wikileaks gags its own staff”), la collaboratrice si chiede se non si tratti di mero sensazionalismo, tipico di una certa stampa: “What a cynical and misleading headline for a blog post, you might be thinking, and you'd be right. But then, isn't that sort of eye-catching sensationalism the stock-in-trade of the mainstream press? Yes, it is, and that's the point.”

Un ulteriore passaggio viene dedicato alle considerazioni di David Allen Green riguardo il fatto che -a suo giudizio- il NDA dimostrerenne che Wiklileaks sia un’organizzazione commerciale a tutti gli effetti, una sorta di business delle informazioni super segrete che si fonda sul fatto di ottenere alcune news in "esclusiva". Ma, come la Hogge fa prontamente notare, esiste una spiegazione molto più plausibile e coerente con i fatti rispetto alla richiesta di firmare un accordo di non divulgazione. Innanzitutto Wikileaks ha cercato di concertare le sue operazioni con altri media, in particolare i giornali, e l’esclusività serviva solo a garantire il massimo impatto della news al momento della sua divulgazione e -soprattutto- il massimo impegno da parte dei media nella verifica delle informazioni.

Come sottolineato dalla Hogge, infatti:  "Think of it as the economics of the scoop: if everyone has access to WikiLeaks's material, it is of very little value to any one news organisation, and therefore no news organisation is likely to invest the time needed to research, interpret and contextualise it. […] By giving selected news organisations exclusive access to material for a window of time, WikiLeaks can make sure the material will have maximum impact."

Becky Hogge, insomma, crede ciecamente nella buona fede di Assange e dei suoi collaboratori, anche perché lei stessa è stata parte di quell'organizzazione e ne conosce da vicino i meccanismi. Ecco, infatti, come la scrittrice ed esperta di tecnologia conclude il suo intervento per il New Statement. "Julian Assange could well be a little emperor, the NDA certainly is poorly drafted, and it may be terrible PR. But remember that WikiLeaks is an organisation conceived and run by computer hackers. Underlying the contract is a complex logic that is ultimately consistent with the aims of a non-profit organisation that seeks to support – and not exploit – the bravery of whistleblowers."

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