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L’arte digitale degli NFT ha un enorme problema di inquinamento

Gli NFT hanno un problema: inquinano più di quanto si possa immaginare. Le opere digitali che in queste settimane stanno raccogliendo l’attenzione di milioni di persone e migliaia di artisti hanno un lato oscuro: così come i Bitcoin, il processo di creazione consuma molte risorse. E un singolo NFT equivale a un viaggio in macchina di 800 chilometri.
A cura di Marco Paretti
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L'entusiasmo nei confronti degli NFT, i non-fungible token che consentono lo scambio e la compravendita di beni digitali "unici", sembra essere solo agli inizi. La diffusione di opere virtuali e le loro vendite milionarie (69 milioni di dollari per un NFT battuto da Christie's e 5,4 milioni per quello di Edward Snowden) stanno attirando l'attenzione di numerosi utenti in tutto il mondo. Che però potrebbero non rendersi conto di un aspetto fondamentale di questo settore: non è solo il costo a essere enorme, ma anche l'impatto sull'ambiente.

Secondo le stime, creare un singolo NFT produce in media tanto inquinamento quanto un viaggio di 800 chilometri in una macchina a benzina. Questo perché, nonostante l'apparenza forse spinta dall'intangibilità di questi elementi, tutto ciò che vive sulla Blockchain sfrutta in realtà elementi che esistono nel nostro mondo e che consumano risorse. Sono i computer e i server la cui potenza di calcolo viene utilizzata per creare (o "minare") i Bitcoin, ma anche per "mintare" gli NFT, cioè realizzare un token che può essere poi scambiato sulla Blockchain. Solo il processo di creazione dei Bitcoin, secondo una ricerca dell'Università di Cambridge, utilizza più elettricità di paesi come Argentina, Svezia o Pakistan.

Gli NFT rischiano di aggravare ulteriormente questa situazione, a meno che non si trovino alternative all'attuale processo di creazione. Allo stato attuale, gli NFT utilizzano gli Ethereum (la seconda criptovaluta come valore dopo i Bitcoin) per realizzare i token unici che li caratterizzano, sfruttando un processo estremamente inquinante vista la potenza di calcolo richiesta ai computer della rete. Una possibile soluzione sarebbe quella di utilizzare un metodo di creazione differente, ma sempre basato sulla Blockchain. Chiamato "Proof of Stake", questo processo eliminerebbe una componente fondamentale dell'attuale (definito "Proof of Work"), cioè la competizione tra i "miner" per aggiungere elementi alla Blockchain. In questo modo si ridurrebbe drasticamente la potenza di calcolo richiesta e, di conseguenza, anche le emissioni dannose. Il passaggio non è però semplice: per introdurre questo nuovo processo potrebbero volerci ancora dai sei ai dodici mesi.

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Giornalista dal 2002 specializzato in nuove tecnologie, intrattenimento digitale e social media, con esperienze nella cronaca, nella produzione cinematografica e nella conduzione radiofonica. Caposervizio Innovazione di Fanpage.it.
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