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L’Egitto chiude l’accesso ad Internet: la rivolta non si arresta

Le comunicazioni via cellulare sono state interrotte, Internet è oscurato e intanto i manifestanti vengono arrestati, picchiati, uccisi. Questa la drammatica situazione in Egitto nelle ultime ore.
A cura di Anna Coluccino
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Cos'altro bisogna aspettare per definire, una volta per tutte, quello di Hosni Mubarak un regime dittatoriale a tutti gli effetti? Da trent'anni Mubarak è l'imperatore d'Egitto, indice elezioni-farsa, arresta oppositori politici, corrompe e viene corrotto sistematicamente, il tutto mentre la comunità internazionale, di tanto in tanto, bofonchia qualcosa, applica qualche sanzioncina e poi si gira dall'altra parte, lasciando che l'Egitto se la cavi da solo. Ma ora, di fronte alla censura totale e assoluta dei mezzi di comunicazione, di fronte al tentativo di soffocare nel silenzio le proteste, di fronte ad una intollerabile violazione dei diritti umani e civili, l'ONU non può limitarsi ad un sereno richiamo al "rispetto della libertà di espressione", perché in queste ore, in Egitto come prima in Tunisia, sta venendo meno il rispetto per la vita, e il pacato richiamo all'ordine di Hilary Clinton e Ban Ki-Moon suona quasi ridicolo, se non addirittura offensivo.

Le comunicazioni via cellulare sono state interrotte, Internet è oscurato e intanto i manifestanti vengono arrestati, picchiati, uccisi. Stando ai dati in possesso dell'associazione Human Rights, sarebbero almeno 9 i morti e 800 gli arrestati, per i quali l'associazione dichiara di temere abusi e maltrattamenti. Il tutto mentre la comunità internazionale continua ad invitare alla calma. Ma le cose sono andate ben oltre la calma, e da un bel pezzo ormai. Dopo aver bloccato Twitter, Facebook e Google, Mubarak ha chiuso qualunque accesso alle comunicazioni, in tutto il paese, e nessuno ha idea di quando (e se) verranno riattivate. Sembra quasi che il governo del Cairo abbia in programma un massacro al buio, senza che il costante occhio indiscreto del web stia lì a giudicare i suoi modi e le sue azioni. Il ministro dell'interno egiziano ha recentemente dichiarato che occorrono "misure risolutive" che, come ben fa notare ReadWriteWeb, sembra un gran bel nome in codice per "massacro".

Gli ultimi report dei giornalisti e degli operatori umanitari sul campo affermano che sono state inibite anche le linee telefoniche. I manifestanti non possono organizzarsi, non possono riunirsi, sono soli. Ma gli egiziani stanno dimostrando che Internet, così come tutto il resto, è solo uno strumento nelle mani della rivolta, non "è" la rivolta. In queste ore migliaia di manifestanti assediano la residenza di Mubarak al Cairo, sfidando censura e proiettili di gomma, tempestano di calci e pugni i manifesti che ritraggono il volto da 82enne satollo e sorridente di Mubarak e intonando slogan contro il governo. Non importa quali altre violazione dei diritti umani il governo saprà mettere in campo per sedare la protesta, arriva un momento in cui i popoli smettono di avere pazienza; arriva un momento in cui i popoli sono disposti a tutto pur di vedere il proprio tiranno alla gogna. Qui parliamo di trent'anni di tirannide, di giovani egiziani che non hanno conosciuto altri governanti che lui e che, senza averne colpa, si sono ritrovati a nascere in una nazione allo sbando in cui la corruzione galoppa al di là di ogni immaginazione e il gap tra pezzenti e nababbi si fa dolorosamente imbarazzante.

E così come nessuno sa spiegare perché, in un giorno come tanto, un quadro, che è sempre stato attaccato al suo chiodo decida di cadere; nessuno può sapere quando un popolo sentirà di non poter più sopportare neppure la minima ingiustizia, il minimo sopruso, e deciderà di "impiccare l'ultimo prete con le budella dell'ultimo re".

Il presidente statunitense Thomas Jefferson era ben cosciente di questo, tanto che una delle sue espressioni preferite era "Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli".

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