1 Febbraio 2011
11:32

L’Egitto di Mubarak censura Internet: ecco come risponde la rete

Non si arresta la protesta in Egitto. Per oggi è attesa la Marcia del Milione, mentre, nonostante la pesante censura dei mezzi di comunicazione, la rete e i media tradizionali resistono e trovano il modo di parlare al mondo.
A cura di Anna Coluccino

Aggiornamento del 1 febbraio 2011, ore 13:55

Google, attraverso il neo-acquisto SayNow, e in partnership con Twitter, lancia Speak 2Tweet, un servizio che consente ai cittadini egiziani di inviare tweet nonostante il blocco della rete imposto dal regime Mubarak.

Chiunque abbia una connessione telefonica può comporre tre numeri internazionali e vedere i propri messaggi vocali pubblicati su twitter tramite l'hash #egypt. "Speriamo che questa iniziativa aiuti il popolo d'Egitto a tener vive le connessioni in questo difficilissimo momento" ha scritto Ujjwal Singh, co-founder di SayNow.

I numeri internazionali che è possibile chiamare per registrare il proprio messaggio sono: +16504194196; +390662207294; +97316199855

Non si arresta la protesta in Egitto. È prevista per oggi quella che è già passata alla storia con il nome de La Marcia del Milione, lo sciopero generale contro il governo Mubarak che sarà la definitiva dimostrazione della volontà popolare di licenziare i propri governanti. Nonostante la severa censura di tutti i mezzi di comunicazione, da Internet ai cellulari, fino alla linee telefoniche, gli egiziani continuano a scendere in piazza e a manifestare il proprio dissenso, senza sosta, nonostante la repressione, gli assassinii, le sprangate. Lo scorso 27 gennaio il traffico Internet e cellulare in Egitto ha subito un totale blackout,  si tratta del primo, totale azzeramento avvenuto per disposizione governativa nell'era Internet. E grazie ad Arbor Networks siamo in grado di fornirvi il grafico relativo al momento del crollo della rete.

Eppure, a nulla sembra servire la dura repressione del regime Mubarak che, anzi, comincia a raccogliere severe critiche da parte della comunità internazionale. Compresi gli Stati Uniti che, per una volta, potrebbero non avere il volto del nemico per il mondo arabo. Le parole di Barack Obama, sono chiare e durissime, e benché ad esse non faccia seguito ancora nessuna, ufficiale presa di posizione politica restano molto importanti, soprattutto per ciò che suggeriscono: "Il popolo d'Egitto ha diritti che sono universali. Essi includono il diritto a riunirsi pacificamente in assemblea o in associazione, il diritto alla parola e a determinare il proprio destino. Questi sono diritti umani per i quali gli Stati Uniti sono disposti a lottare ovunque". A seguito di queste dichiarazioni il governo di Washington ha parlato di "transizione ordinata", lasciando intendere che sarebbe favorevole ad un pacifico allontanamento di Mubarak, nonostante il forte rischio della salita al potere di rappresentanti del fondamentalismo islamico. La notizia non è affatto piaciuta allo stato di Israele che, nonostante le evidenti violazioni dei diritti umani portate avanti dal governo del dittatore Hosni Mubarak, ha deciso di sostenerne le posizioni.

Sabato notte, il governo di Israele, attraverso il proprio ministero degli Esteri, ha diramato una direttiva che sarebbe dovuta rimanere confidenziale, ma che, grazie al quotidiano israeliano Haaretz, è stata resa pubblica. La direttiva, indirizzata verso le più importanti ambasciate israeliane negli Usa, in Russia, in Canada e in molti altri paesi europei, contiene disposizioni a dir poco reazionarie: si chiede ai propri diplomatici di sostenere il presidente egiziano Hosni Mubarak e la stabilità del suo regime presso le nazioni ospitanti. Israele,  infatti, che non ha certo una storia di consolidata amicizia con la nazione egiziana, teme l'ingresso al governo dei fondamentalisti e il conseguente appoggio che essi potrebbero fornire alla causa palestinese. Questo significherebbe la fine della tregua, cominciata nel 1978 a Camp David, tra Egitto e Israele. Se non si tiene conto dei leggendari precedenti biblici, le due nazioni si sono scontrare apertamente ben quattro volte prima che l'Egitto si impegnasse a riconoscere lo stato d'Israele e a fare da mediatore diplomatico con il mondo arabo.

Pur comprendendo la preoccupazione della salita al potere del fondamentalismo islamico, che andrebbe a scontrarsi con il fondamentalismo ebraico del premier Benjamin Netanyahu e del suo governo, non appare affatto opportuno sostenere la causa di un dittatore corrotto, dispotico, violento ed odiato dal suo popolo. L'unico modo in cui Mubarak potrebbe sopravvivere a questa rivoluzione è con l'instaurazione di un regime di terrore militare cosa che, tra l'altro, sta già tentando di fare da qualche giorno a questa parte. Ma è davvero questo che vogliamo augurarci per il popolo egiziano? Fortunatamente, la voce di Israele non sembra raccogliere grandi consensi da parte della comunità internazionale; una comunità che ormai non può più esimersi dal prendere atto che Mubarak non ha più, se mai lo ha avuto, il sostegno del suo popolo, e che quindi l'eventuale sopravvivenza del suo governo sarebbe una tirannide legalizzata. E la tirannide non può avere il beneplacito di nazioni che fanno della "libertà" e della "democrazia" vessilli incrollabili delle loro identità di popoli.

La rete, dal canto suo, non si fa imbavagliare tanto facilmente. E' difficile imbrigliare qualcosa che, per definizione, non ha confini definiti. Qualcuno, come la Cina, ci prova ad esprime solidarietà al fratello censore egiziano, ma il Twitter cinese (Sina) riesce solo a bloccare la ricerca del termine "Egitto" in caratteri cinesi, mentre consente la ricerca del termine in inglese. Per quanto riguarda, invece, il vero Twitter, il co-founder del sito di microblogging Biz Stone e il consulente legale della compagnia Alexander Macgillivray hanno firmato una lettera-manifesto in cui esprimono la posizione del network rispetto a quello che sta accadendo, nel mondo, anche grazie al contributo di Twitter. Le parole utilizzate sono ovviamente molto caute, si sottolinea l'impossibilità di controllare ogni tweet, l'obbligo a fornire informazioni riservate quando la legge lo impone, così come il potenziale disaccordo dei fondatori del sito rispetto ad alcune opinioni espresse dai suoi frequentatori, ma -in sostanza- la lettera ribadisce il ruolo centrale di mezzi di comunicazione come Twitter nella lotta per l'affermazione dei propri diritti, così come la straordinaria importanza del diritto ad esprimere liberamente la propria opinione.

Ma i social network non sono i soli a lottare per la libertà di espressione, a farlo sono anche media tradizionali come Al Jazeera, che ha deciso di rilasciare immagini e video della rivolta egiziana sotto licenza Creative Commons di modo che a tutti sia concesso di riutilizzare e diffondere quei contenuti senza troppi vincoli di copyright. Le foto sono disponibili su Flickr, mentre per i video è stato aperto un apposito spazio internet in cui vengono caricati tutti i contenuti filmati disponibili sotto licenza CC. Dello stesso partito è la seconda piattaforma di online video al mondo, il parigino Dailymotion, che all'interno del portale news, Livestation, fornisce il live streaming di network come Al Jazeera, Bloomberg, BBC, France 24. Infine, nonostante la censura e il blocco delle comunicazioni, c'è uno sparuto gruppo di internauti che ancora riesce a comunicare con il resto del mondo, prevalentemente tramite Twitter. Ecco qualche testimonianza diretta degli eventi.

In una sola settimana di rivolta, il governo Mubarak si è reso responsabile di oltre 150 morti. Corpi mutilati, volti sfigurati; la polizia si accanisce con inusitata, disumana violenza sui manifestanti. Colpevoli di rivendicare il rispetto dei diritti umani ed una giusta punizione per chi li ha violati. Il popolo d'Egitto chiede solo di poter scegliere il proprio governo, chiede il diritto di sperare in un vita migliore. Che cosa impedisca all'esercito, in situazioni drammatiche come questa, di disobbedire al tiranno e di schierarsi con i propri simili è un mistero che ancora non ci riesce di svelare. Ciononostante, migliaia di persone sfidano la morte ogni giorno, rompono il coprifuoco, urlano, s'indignano. Un uomo solo non può niente contro tutto questo. I pretestuosi e tardivi appelli al dialogo e alla cooperazione di Mubarak non serviranno a nulla se non ad indispettire un popolo che ha già imposto la sua condizione per l'armistizio e non intende cambiarla: Hosni Mubarak deve dimettersi. E si dimetterà.

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