Nel corso degli ultimi anni il dibattito sui social ha assunto connotati di natura sempre più tossica: il confronto civile ha lasciato in breve tempo il posto agli insulti e alle tifoserie, mentre i profili personali degli utenti e le pagine di confronto sono diventate terreno fertile per la diffusione di fake news e complottismi. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, ma l'ultimo ad averlo riconosciuto è un ex dirigente che con questo mondo ha avuto a che fare ai massimi livelli, ovvero Eric Schmidt, che è stato CEO di Google fino al 2011: in un incontro online l'ex amministratore delegato della casa di Mountain View è arrivato a definire i social un amplificatore per idioti e fuori di testa.

L'occasione è stata una conferenza virtuale ospitata dal Wall Street Journal, durante la quale Schmidt, più che sparare a zero su Facebook, Twitter e gli altri portali della medesima categoria, ha voluto ipotizzare come qualcosa sia andato storto nello sviluppo e nella diffusione di questi strumenti. In particolare la dichiarazione riportata poi dalle testate online — prima tra le quali è stata Bloomberg — recita: "Questo scenario che vede i social network comportarsi come amplificatori per idioti e fuori di testa non è certamente quello che avevamo in mente".

Il riferimento è al fatto che le aziende in questione hanno evidentemente prediletto logiche di crescita rispetto a uno sviluppo organico e controllato di queste piattaforme, e che il clima che di conseguenza è venuto a crearsi sui social negli ultimi anni potrebbe mettere questi ultimi al centro di leggi che ne limiteranno l'operato: "A meno che le aziende del settore non si diano una regolata in modo molto intelligente, non potranno evitare un qualche grado di regolamentazione imposto dall'esterno", ha commentato Schmidt.

Tra gli osservatori non manca chi fa notare come Schmidt possa avere una percezione di parte della situazione: nei suoi anni a capo di Google, l'ex CEO ha infatti guidato l'acquisizione di YouTube nel lontano 2006. La piattaforma di condivisione video frutta 15 miliardi ogni anno a fronte di una spesa di acquisto di 1,36, e seppure in modo diverso rispetto a Facebook e Twitter, ha contribuito a modo suo alla diffusione di fake news e campagne d'odio in tutto il mondo.