Ai tempi dell'uscita dei primi smartphone Samsung Galaxy S resistenti all'acqua il gruppo andava particolarmente orgoglioso del risultato ottenuto, tanto da pubblicizzarlo all'interno dei propri spot con telefoni che in alcuni casi si facevano un tuffo in piscina e ne riemergevano come nuovi. Alcune di queste campagne sono arrivate anche in Italia ma soprattutto in Australia, dove ora la commissione per la concorrenza e i consumatori locale vuole punire l'azienda con una multe milionarie proprio in merito alla veridicità delle informazioni contenute al loro interno.

L'ente ricopre in Australia lo stesso ruolo che da noi ha il Garante della Concorrenza e del Mercato, e ha contestato in queste ore a Samsung il fatto che i dispositivi dipinti come sostanzialmente indanneggiabili dall'acqua non siano in realtà così resistenti come mostrato negli spot. Da una parte i dispositivi cui si riferisce Samsung nelle sue pubblicità (tutti quelli di punta a partire da Galaxy S7 in poi) hanno ricevuto una certificazione di tipo IP68, che qualifica i dispositivi protetti contro l'ingresso di polvere e acqua fino a un metro di profondità. D'altro canto quelli effettuati per ottenere la certificazione sono test di laboratorio, che stando alle contestazioni dell'ente non hanno preso in considerazione elementi come la composizione chimica della soluzione nella quale possono finire immersi i dispositivi né eventuali attività diverse dalla semplice immersione passiva.

Il punto della questione è proprio l'esistenza o meno di un confine del genere che però può fare la differenza nell'uso del dispositivo: se i prodotti non sono completamente immuni all'acqua salata né all'acqua addizionata di cloro — e non è consigliabile utilizzarli mentre si pratica attività sportiva come il surf — mostrarli in situazioni simili potrebbe aver indotto i consumatori a pensarla in modo erroneo. Sono più di 300 gli spot e le campagne contestati, che però Samsung ha già annunciato di voler difendere.