Anche nell'era di Internet e degli smartphone, la televisione resta un mezzo davanti al quale i bambini di tutte le età continuano a distrarsi e formarsi. Tra un programma tv, un cartone animato e le prime serie TV però anche la pubblicità alla quale viene esposta questa categoria di spettatori è tanta: fino a 400 ore ogni anno. È il risultato di un conteggio effettuato dal portale Local Babysitter, che sottolinea come iniziare a utilizzare un servizio di streaming video a pagamento come fonte di intrattenimento per i bambini possa evitare di sottoporli a un bombardamento che riempie loro la testa di messaggi spesso inutili a scopo commerciale.

Il sito è partito da uno studio condotto da ricercatori dell'Università del Michigan, secondo il quale i bambini dai 2 ai 5 anni passano in media 32 ore alla settimana davanti allo schermo della TV, mentre quelli dai 6 agli 11 ne passano poche di meno – circa 28 – forse in relazione al fatto che a quell'età telefono e computer iniziano a sottrarre tempo allo schermo televisivo. Il portale ha poi incrociato il dato con altre rilevazioni, effettuate dall'istituto di rilevazione Nielsen in territorio statunitense, dove il gruppo ha recentemente svelato che all'interno di ogni ora di programmazione televisiva in media sono presenti almeno 15 minuti di pubblicità. Moltiplicando il numero di minuti di pubblicità presenti in ogni ora di programmazione per il numero di ore di televisione davanti alla quale si mettono bambini e ragazzi ogni anno, il risultato è che ognuno in media si sorbisce rispettivamente 400 e 360 ore di spot ogni anno.

I dati si riferiscono agli Stati Uniti e non sono necessariamente indicativi di ciò che avviene in Italia, ma anche immaginando cifre più basse il principio non cambierebbe: l'utilizzo di servizi video in streaming taglia drasticamente il numero di ore di pubblicità alla quale verrebbero altrimenti esposti bambini e ragazzi, un fatto da non prendere sotto gamba se si considera quanto siano suggestionabili nei confronti dei messaggi pubblicitari. Il problema è che se negli Stati Uniti il pubblico può contare su numerose piattaforme, in Italia le alternative valide in fatto di streaming latitano: Raiplay in realtà ospita diversi contenuti che a differenza di quelli destinati al pubblico generico non sono introdotti da clip pubblicitarie; per il resto Netflix dispone di un catalogo buono ma non sterminato, le app delle emittenti classiche spesso non arrivano su smart TV mentre per lasciare un bambino davanti a YouTube o YouTube Kids occorre comunque un minimo di supervisione per evitare che incappi in contenuti non necessariamente dannosi, ma sicuramente neanche troppo utili al suo sviluppo.