In queste settimane la piattaforma di condivisione video TikTok è finita sotto attacco da parte di utenti e osservatori esterni per via della quantità impressionante di dati che sembra essere capace di raccogliere dagli smartphone dove è installata. Non tutte le accuse mosse nei confronti dell'app sono state finora provate, ma a incrociare l'ondata di polemiche che sta investendo l'app in questi giorni si è aggiunta una grande banca dati di informazioni trapelate dai dipartimenti di polizia di tutto il mondo.

Il database è il risultato di un'operazione di hacking organizzato dal gruppo Ddosecrets, è stato battezzato Blueleaks ed è finito online a giugno; tra le migliaia di dossier di polizia inclusi al suo interno comprende anche informazioni complete su procedimenti durante i quali le forze dell'ordine hanno chiesto la collaborazione di TikTok per avere dagli sviluppatori dell'app i dati relativi a utenti sui quali erano in corso delle indagini.

Da questi dossier — ha raccontato tra gli altri la testata Business Insider che è riuscita a mettervi le mani prima che venissero messi offline — si evince quali siano le informazioni che TikTok è tenuta a fornire ai dipartimenti di polizia nei quali la legge prevede che gli sviluppatori collaborino con le forze dell'ordine. Nei file analizzati emerge che la polizia ha ottenuto dalla piattaforma documenti che includono il nome utente dei sospettati, il numero di telefono associato al loro account, la data di iscrizione al servizio, gli indirizzi IP dai quali si sono collegati per accedere a TikTok nel corso dei mesi, gli eventuali profili social associati all'utente e il modello dello smartphone in uso.

In realtà che TikTok possa fornire i dati degli utenti alle forze dell'ordine non è una novità: accade in tutti i Paesi dove opera la piattaforma e l'attività è regolamentata in modo trasparente attraverso una sezione apposita dei termini d'uso del servizio. In aggiunta alle informaizoni emerse dall'operazione Blueleaks, nel documento si legge che le polizie locali possono richiedere a TikTok anche un registro delle comunicazioni intrattenute e dei video pubblicati dall'utente; questi resoconti non includono però il contenuto reale delle conversazioni e dei video, ma soltanto i relativi metadati.

In generale la collaborazione di una piattaforma social con le autorità del Paese nella quale opera non costituisce di per sé uno scandalo — tanto che anche le app del gruppo Facebook e molte altre piattaforme si prestano alla pratica; l'importante è che le regole su quanto le forze dell'ordine possano ottenere siano chiare e vengano rispettate dagli sviluppatori, per impedire che social e app di messaggistica facilitino prassi come la persecuzione degli oppositori o di minoranze. Questo aspetto in particolare è quello che sta spingendo TikTok e molti altri nomi dell'alta tecnologia a ritirarsi da Hong Kong, dove il governo centrale cinese ha recentemente varato una nuova legge che secondo l'interpretazione di molti potrebbe costringere le aziende a collaborare con la Cina per fornirle i dati dei potenziali dissidenti politici.