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Che il social azzurro non se la passasse benissimo non è una novità: mentre i conti chiudevano da tempo in rosso, dall'anno scorso è iniziata una serie di licenziamenti che non pare conclusa. La compagnia ha chiesto di recente una consulenza di Goldman Sachs e Allen & Co. per valutare l'opzione della vendita, ma le aziende inizialmente interessate, tra cui Disney, hanno poi cambiato idea. A questo si aggiunge la concorrenza sfrenata dei Big della Silicon Valley, rispetto ai quali Twitter fatica a tenere il passo (per rendere l'idea, ricordiamo che Facebook conta un numero di iscritti attivi mondiale attorno ai 1,3 miliardi, mentre Twitter si mantiene sotto i 400 milioni.)

In questo scenario si è aperta una possibilità, per quanto complessa da attualizzare, estremamente interessante per la sua unicità: e se fossero gli utenti stessi a comprare Twitter? La campagna, sintetizzata con l'hashtag #WeArewitter, propone di acquistare collettivamente le quote di Twitter e trasformarlo in una cooperativa no-profit. L'idea, che già da tempo circolava, è stata spinta da un articolo sul Guardian dello scrittore Nathan Shneider. Da qui è nata una petizione, quindi un gruppo di lavoro su Loomio e varie discussioni sui forum online.

Twitter ha svolto un ruolo centrale nel diffondere notizie durante eventi di rilevanza come la primavera araba o il recente colpo di stato in Turchia. Appare chiaro dunque come vi possano essere giornalisti, riviste, uffici stampa o semplicemente utenti estremamamente interessati a tenere viva la piattaforma. Inoltre una distribuzione della proprietà del social potrebbe essere un'ulteriore garanzia ad una gestione trasparente senza il timore di censure dall'alto.

C'è un fatto da tenere in considerazione per capire il senso della campagna #WeAreTwitter: i social del web 2.0 sono riusciti a creare profitti enormi sfruttando un lavoro di produzione di dati eseguito, sostanzialmente, da noi utenti. Facebook utilizza la forza lavoro dei propri iscritti per generare moli di dati impressionanti, realizzando così una miniera d'oro per gli esperti di marketing e social analysis. Questo nuovo modello di produzione ha fatto discutere molti, da quelli che si chiedevano se mai un giorno Facebook avesse potuto pagare gli utenti, a chi invece ha provato a realizzare veri e propri social con questo intento, come Tsu, una piattaforma nata per retribuire gli utenti in proporzione al traffico generato, ma che presto è diventato uno spazio impossibile da frequentare a causa della sola presenza di post senza alcun contenuto di rilevanza come "condividi questo e ricondivido i tuoi post", "condividiamo le nostre foto e facciamo i soldi!", senza contare che gli introiti medi di un utente attivo si aggiravano sui 3 centesimi a settimana.

Un altro progetto di social network collettivo è stato Diaspora, così come ne sono nati tanti altri nelle comunità dell'open source, tuttavia nessuno di questi è riuscito a diffondersi abbastanza per superare la propria nicchia. È chiaro che mentre per un servizio mail un utente con una casella postale può tranquillamente continuare ad utilizzarla a prescindere da quanti fruiscano del servizio, un utente su un social network ci resta se la comunità è grande, ed esce dal social qualora questa comunità sia troppo ristretta. È un feedback positivo, che porta a farti crescere se sei grande e morire se sei troppo piccolo, rendendo quasi impossibile la realizzazione di una piattaforma che da zero riesca a competere con i colossi del settore.

Considerando questo, l'idea di trasformare una piattaforma già conosciuta a livello mondiale in un esperimento di proprietà collettiva è affascinante. Per realizzarlo è chiaro che occorre un livello di organizzazione senza precedenti, si parla di miliardi di dollari da distribuire in 320 milioni di utenti distribuiti in tutto il globo. Una sfida senza dubbio interessante, della quale possiamo studiare gli sviluppi seguendo l'hashtag #WeAreTwitter.