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Che le offese su Facebook fossero equiparabili alla diffamazione lo sapevamo già. Lo aveva deciso la Cassazione nel 2014, per poi rincarare la dose affermando che l'offesa su internet equivale alla diffamazione a mezzo stampa. In pratica, offendere qualcuno su Facebook è tanto grave quanto farlo sulle colonne piombate di un giornale. Ora arriva un'ulteriore svolta sul tema: se le offese appaiono sulla bacheca di Facebook sono ancora più gravi di quelle rivolte di persona. Lo ha deciso la stessa Cassazione, aumentando ulteriormente la gravità delle offese lanciate sul social network, un'azione che spesso viene compita senza pensare alle possibili conseguenze.

"La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso della bacheca Facebook integra un'ipotesi di diffamazione aggravata" spiega la Cassazione in una nota. "Poichè la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone". Insomma, il punto forte di Facebook, cioè la sua grande espansione e l'immensa rete di contatti che lo caratterizza, è al tempo stesso l'elemento che fornisce ad un'offesa un ampio margine di diffusione.

Tanto da aggravare notevolmente la carica diffamatoria, anche in virtù del fatto che "per comune esperienza, bacheche di tale natura racchiudono un numero apprezzabile di persone, sia perchè l'utilizzo di Facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione". La decisione va quindi a confermare la condanna con una multa di 1.500 euro ad un ex dipendente della Croce Rossa Italiana, che sul social network aveva offeso Francesco Rocca, attuale presidente, con testi ("verme" e "parassita") e foto.

Rocca, che al tempo era commissario straordinario della Cri, ha denunciato l'uomo nel 2010, spiegando di essere stato insultato all'interno di una discussione avvenuta su Facebook. "Alcuni messaggi avevano travalicato i limiti dell'ordinario diritto di critica, per sfociare in palesi offese al decoro personale" spiegava Rocca. "I dati immessi in rete risultavano provenire dai profili Facebook di soggetti conosciuti come componenti in congedo del corpo militare della Cri e fra questi da quello dell'imputato". Ora è arrivata la sentenza definitiva della Quinta sezione penale: su Facebook le offese sono ancora più gravi.