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12 Gennaio 2016
12:49

Cina, le autorità vietano i servizi di messaggistica istantanea

WhatsApp, Messenger e Telegram? Se li utilizzate in Cina potreste finire sotto osservazione delle autorità come potenziali terroristi. L’accusa? Software troppo sicuri e non monitorabili dalle autorità.
A cura di Marco Paretti
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WhatsApp, Messenger e Telegram? Se li utilizzate in Cina potreste finire sotto osservazione delle autorità come potenziali terroristi. L'accusa? Software troppo sicuri e non monitorabili dalle autorità. Così scatta la censura, anche fisica e che richiede la rimozione delle applicazioni di messaggistica istantanea dai propri dispositivi. Lo ha rivelato la Electronic Frontier Foundation, un'organizzazione attiva nella difesa della privacy. Secondo il rapporto, il governo avrebbe individuato gli utilizzatori di applicazioni come Telegram o WhatsApp e di reti virtuali, i cosiddetti VPN, chiedendo poi agli operatori di interrompere la connessione telefonica.

L'unico modo per ottenere nuovamente la linea sul proprio smartphone è quella di eliminare le applicazioni incriminate. La censura è avvenuta nella provincia dello Xinjiang, già protagonista di diversi ulteriori episodi simili in passato che avevano colpito giornalisti e blogger. Spesso il paese ricorre all'utilizzo di una tecnologia per bloccare completamente l'accesso al web da parte dei cittadini, una sorta di muraglia cinese digitale impossibile da superare se non utilizzando VPN o, appunto, applicazioni criptate come WhatsApp e Telegram.

Almeno fino ad ora, visto che il governo ha deciso di non accettare più questo sotterfugio e di includere anche gli smartphone nelle "perquisizioni". Un provvedimento che punta ad inasprire ulteriormente la repressione delle autorità cinesi, già impegnate in una lotta contro aziende, sistemi di criptatura e siti web che consentono ai cittadini cinesi di pubblicare testi o contenuti multimediali. Ora persino il possesso di una semplice applicazione di messaggistica, come quelle utilizzate tutti i giorni in occidente, può valere un arresto. In particolare per chi viene già considerato "a rischio", magari perché appartenente ad etnie tenute sotto controllo, come l'Uigura.

Non solo, peraltro, controlli virtuali e censure da remoto, ma anche perquisizioni fisiche ai posti di blocco che, da oggi, comprenderanno anche l'analisi dello smartphone alla ricerca delle applicazioni incriminate che, se individuate, potranno anche portare al sequestro del dispositivo o al fermo del proprietario, se ritenuto pericoloso. Il test, per ora limitato alla provincia dello Xinjiang, potrebbe essere esteso a tutta la Cina, impedendo non solo l'utilizzo ma anche il possesso di software considerato illegale dal governo.

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