Per molti è stata una novità rivoluzionaria, per altri la riproposizione di qualcosa di già visto. In entrambi i casi Pokémon Go è riuscito a generare una penetrazione orizzontale che ben pochi titoli riescono ad ottenere, raggiungendo milioni di giocatori in tutto il mondo e creando una vera e propria Poké Mania a 20 anni dal rilascio del primo titolo per GameBoy. Il gioco per smartphone, però, è solo la riproposizione di un concetto lanciato per la prima volta nel 2013 con Ingress, il primo videogioco sviluppato da Niantic, al tempo parte di Google e oggi responsabile dello svilppo di Pokémon Go.

Già, perché gli stessi concetti che ora guidano gli utenti all'interno del gioco in realtà aumentata basato sui Pokémon venivano utilizzati da Ingress 3 anni fa, ottenendo un grande consenso tra i giocatori disposti ad uscire di casa per conquistare portali. Questo perché l'obiettivo del gioco è quello di scegliere una fazione e cominciare a conquistare i luoghi virtuali sparsi per il mondo: questi ultimi sono strettamente legati a strutture presenti nella realtà: statue, palazzi, edifici storici, etc. Enlightened e Resistance rappresentano le due forze in gioco: la prima vuole sfruttare una nuova energia, la Materia Esotica, per elevare la razza umana verso un nuovo stadio di evoluzione, mentre la seconda vuole distruggerla e proteggere il pianeta.

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La base, quindi, è la stessa che guida Pokémon Go, solo che in Ingress al posto di palestre e Poké Stop ci sono portali da conquistare, che però sono posizionati negli stessi punti in cui ora appaiono le torri virtuali dei mostriciattoli tascabili. Altra grande differenza è la presenza, nel primo gioco di Niantic, di una storia che viene portata avanti "attraverso l’applicazione e altri media" spiegava a Fanpage.it Anne Beuttenmüller, Product Marketing Manager di Niantic Labs "Abbiamo libri, fumetti e video che narrano l’evolversi della situazione mondiale. Siamo attivi sul sito di Niantic, Twitter, Facebook e, ovviamente, Google+. Aggiorniamo i giocatori a cadenza giornaliera".

Visto dall'esterno, Ingress – e Pokémon Go – ricorda molto la pratica del Geocatching. Si tratta di un gioco nato con l'avvento dei primi Gps commerciali: si nascondono piccole scatolette contenenti un foglio e, ogni tanto, un piccolo oggetto. I successivi geocatcher hanno a disposizione pochi indizi e le coordinate Gps del pacchetto, che va trovato, aperto e integrato con il proprio nome. Nel caso sia presente un oggetto, questo può essere preso e spostato in un altro Geocatch. Quella del Geocatching è una pratica diffusissima in tutto il mondo con decine di milioni di Geocatch sparsi per ogni paese del globo. Oggi si utilizzano applicazioni ad hoc per smartphone, che narrano la storia di ogni luogo nel quale è nascosta una scatola.

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Lo stesso approccio delle due app, che proprio con la presenza di luoghi virtuali legati a quelli reali spingono l'esplorazione delle città, consentendo anche di scoprire luoghi spesso dimenticati. Ingress funzionava perché raccoglieva gli utenti in gruppi e gli consentiva di sfidarsi nella conquista dei territori, anche realizzando dei "ponti" tra i portali per conquistare più territori possibili. In Pokémon Go l'impostazione è leggermente più blanda, ma il successo, almeno iniziale, è nettamente più alto. Merito di un brand forte come quello legato ai Pokémon e all'effetto nostalgia, che sta indubbiamente guidando la trasformazione di molti utenti più o meno grandi in allenatori improvvisati. Tanto è bastato a far dimenticare le mancanze di Pokémon Go in confronto di Ingress – l'assenza di una chat, della storia e di molta profondità, per esempio – e a generare un fenomeno che pare inarrestabile, almeno per ora.