Prima ha colpito l'Australia, poi la più vicina Francia. Ora il fenomeno dello stupro virtuale è arrivato anche in Italia, come denuncia un post del blog Il Maschio Beta, poi ripreso da Enrico Mentana sul suo profilo Facebook. La pratica accusata è quella di alcuni gruppi privati del social network di Menlo Park che hanno come obiettivo quello di spingere gli utenti a condividere in segreto foto "rubate" ai profili delle proprie amiche per renderle disponibili a tutti gli altri membri del gruppo. L'obiettivo della pratica è chiaro, visti i numerosi riferimenti all'autoerotismo e all'eiaculazione presenti nei nomi dei gruppi. Nel corso degli ultimi mesi le realtà di questo tipo si sono moltiplicate ma, denunciato le vittime, il social network non ha ancora preso un provvedimento.

"La nuova frontiera dello stupro virtuale sbarca in Italia". Così titola il post pubblicato su Il Maschio Beta, riferendosi ad una pratica già riscontrata in paesi come Australia e Francia e che recentemente aveva fatto discutere proprio a causa di un gruppo segreto all'interno del quale venivano pubblicate immagini di ragazze ignare accompagnate da commenti estremamente spinti. Ora la pratica è arrivata anche in Italia sotto forma di numerosi gruppi chiusi, partecipati anche da migliaia di persone, nei quali vengono condivise immagini sottratte ai profili di amiche e conoscenti. In breve, chi partecipa a questa pratica salva immagini pubblicate dalle amiche, compagne, sorelle, etc sui relativi profili e le ripubblica nei gruppi, dove i commenti rasentano appunto lo stupro virtuale.

“Branchi di allupati qui su Facebook mettono in pratica quella che credevo fosse solo una similitudine iperbolica, con il muro del gabinetto maschile degli autogrill" ha scritto Mentana sul suo profilo. "Carpiscono dalle pagine aperte del social innocentissime foto di ragazze e le riproducono come emblemi di prede sessuali, con tutto ciò che di ostentatamente morboso si può immaginare come “commento”. Gruppi dai nomi dichiaratamente onanisti, senza rischi di fraintendimento”. Una vera e propria "cultura dello stupro" che agisce indisturbata all'interno di gruppi sì chiusi, ma il cui accesso è semplicemente limitato dall'approvazione di un amministratore. Facebook, per il momento, non sembra aver preso provvedimenti.

"Tutte le donne che si sono rivolte a Facebook sono state rimbalzate con motivazioni patetiche, e con la beffa del suggerimento boomerang di bannare quelle pagine" continua Mentana, un elemento confermato anche da diversi utenti nei commenti al post della pagina che ha denunciato la questione. Così, mentre le vittime cominciano ad accorgersi di essere finite al centro di una pratica disgustosa e ottengono non-risposte da Facebook e dalla Polizia Postale – “aspettiamo”, “lasci perdere”, “tanto poi non si va mai a sentenza”, o la più disarmante “denunci la cosa a Facebook” scrive Mentana – i gruppi e i loro contenuti continuano a proliferare.

Spesso si tratta peraltro di immagini che ritraggono ragazze vestite normalmente e non in pose ammiccanti, ma che dall'utenza dei gruppi vengono percepite come estremamente provocatorie. Così nei commenti si passa da battute più o meno volgari a vere e proprie dichiarazioni di intenti che il più delle volte coinvolgono autoerotismo ed eiaculazioni varie. Commenti che, se non fossero già inaccettabili di per sé, provengono da una fetta d'utenza trasversale per quanto riguarda l'età: ci sono ragazzi e adulti, ma anche molti profili appartenenti ad anziani. Potrebbero essere nostri amici, colleghi, vicini. Tutti commentano foto che difficilmente in un contesto reale possono essere percepite come erotiche, ma che presentate in questo modo portano ad un'inevitabile pioggia di commenti. Dai selfie alle immagini che ritraggono categorie indicate come veri e propri feticismi come piedi e occhiali; si tratta, come sottolinea Il Maschio Beta, di un "pretestuoso victim blaming", cioè la pratica di affibbiare la colpa di tutta la situazione alla donna. I classici "è colpa sua che si veste così", "si è fidata delle persone sbagliate" o "non doveva scattarsi quelle foto".

"Tutte queste ragazze ignare hanno l’unica ma enorme colpa di essere femmine, quindi agli occhi del Vero Maschio nient’altro che buchi da riempire, oggetti su cui sfogare la propria disgustosa lussuria, e di dover essere per questo ingiuriate con termini ed espressioni" si legge nel post. Così il fenomeno continua a macinare centinaia di immagini ogni giorno, "giustificato" dalla condivisione originale di fotografie destinate alla propria cerchia personale, ma che invece finiscono ad alimentare uno stupro virtuale e continuo per colpa di utenti che le sottraggono per poi ripubblicarle in gruppi di allupati anonimi. E Facebook? Per diversi giorni dal social non sono arrivate notizie né , ma se l'esperienza australiana e francese ci hanno insegnato qualcosa sul social è che quando le maggiori testate cominciano a parlarne, i contenuti vengono rimossi. E infatti così è stato. Contattato il 16 gennaio per una dichiarazione, il social network ha spiegato a Fanpage.it di aver "rimosso tutti i gruppi che violavano gli Standard della Comunità" nel corso della nottata. Vero, ma solo in parte: molti dei gruppi incriminati restano tuttora visibili.

"Facebook non tollera contenuti di odio, di razzismo o di appelli alla violenza. Rimuoviamo i contenuti che minacciano o promuovono violenza o sfruttamento sessuale, inclusi lo sfruttamento sessuale di minorenni e le aggressioni a sfondo sessuale" ha scritto a Fanpage.it un portavoce di Facebook. "Abbiamo creato degli strumenti, intuitivi e facili da usare, che permettono agli utenti di segnalare i contenuti che a loro giudizio violano gli Standard della Comunità di Facebook. Questi strumenti, come anche gli Standard della Comunità, vengono costantemente rivisti e aggiornati sulla base della collaborazione con esperti del settore, per far sì che la nostra comunità possa essere al sicuro". Viene però da chiedersi se sia davvero necessario arrivare ad una situazione critica come questa dopo settimane di attività. Non bastavano le innumerevoli segnalazioni di gruppi che dichiarano esplicitamente le intenzioni nei titoli, spesso indicando la volontà di "umiliare" le donne? Non bastavano le richieste delle vittime che si ritrovano le immagini rubate e date in pasto ad un gruppo di onanisti? Evidentemente no e nel frattempo, nonostante un impegno iniziale, molti gruppi sono ancora attivi.