Il braccio di ferro tra la Francia e Google prosegue. Dopo il no dell'azienda di Mountain View al garante francese per la privacy, il Cnil continua a chiedere che il motore di ricerca elimini i link anche nel resto del mondo e non solo, come avviene attualmente, nelle versioni europee di Google. La discussione in merito al diritto all'oblio, ossia la possibilità data all'utente di chiedere la rimozione di informazioni e link divenuti col tempo non più corrispondenti alla realtà, è accesa da ormai diversi mesi. Ad agosto l'azienda di Mountain View aveva invitato la Commission nationale de l'informatique et des libertés a ritirare la lettera di diffida nella quale veniva chiesto di cancellare i link da tutte le versioni internazionali del motore di ricerca.

Il diritto all'oblio deriva da una sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014, la quale ha definito Google e tutti i motori di ricerca responsabili dei contenuti pubblicati su pagine web da terzi, proprio per il fatto di essere essi stessi responsabili della conservazione e della gestione di quegli stessi dati. Ed è proprio sull'interpretazione della legge che il Cnil basa la sua accusa, spiegando che il diritto può essere rispettato solo se applicato a livello globale e non solo sul territorio europeo. L'autorità ha intimato Google di rispettare questa decisione, pena l'attuazione di pesanti sanzioni.

"Abbiamo lavorato a lungo per implementare quanto previsto dalla sentenza sul diritto all'oblio in modo attento e completo in Europa e continueremo a farlo" ha spiegato un portavoce di Google. "Tuttavia, per una questione di principio, siamo rispettosamente in disaccordo con l'idea che una singola Autorità Garante della Privacy nazionale debba stabilire a quali pagine web possono accedere le persone di altri paesi". Le due realtà restano quindi profondamente divise sulla questione, anche perché la richiesta del garante francese creerebbe uno spinoso precedente. Come sottolinea Peter Fleischer, Senior Privacy Counsel di Google, "un singolo Paese non dovrebbe avere l'autorità di controllare a quali contenuti è possibile accedere in un altro Paese. Inoltre, in alcune nazioni sono considerati illegali elementi invece normali per altre".