elezioni presidenziali usa hacker

"Ogni volta che qualcosa non va, Donald dice che chi ha deciso è corrotto". La stoccata nella Clinton nel corso del terzo dibattito, l'ultimo prima delle elezioni di novembre, ha colpito uno dei punti più martellati da Trump, che sembra quasi volersi preparare ad un esito negativo che "non sa se accetterà". D'altronde già da diversi mesi il candidato repubblicano sta lanciando diverse frecciate che suggeriscono la possibilità che le presidenziali possano essere pilotate da un gruppo hacker in grado di inserirsi nei sistemi informatici delle votazioni. Uno scenario terribile e completamente nuovo. Ma estremamente improbabile.

Obama ha già risposto alle "preoccupazioni" di Trump lo scorso martedì, quando nel corso di una conferenza stampa ha spiegato di "non aver mai visto nella politica moderna un candidato presidenziale che cercasse di screditare il processo elettorale prima del termine delle votazioni". Un'accusa che, in effetti, non ha precedenti: "Non è basata su nessun fatto reale" ha continuato Obama. "Ogni esperto, indipendentemente dalla fede politica, ha sottolineato l'impossibilità di frode". Perché? Principalmente a causa della decentralizzazione del processo elettorale e per la quantità di voti coinvolti.

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Le elezioni avvengono in 10.072 giurisdizioni, ognuna slegata completamente dalle altre, sparse in 50 stati che, a loro volta, hanno 50 leggi diverse che guidano il processo elettorale. Queste giurisdizioni sono inoltre supervisionate da 3.000 impiegati statali, che vigilano sul regolare svolgimento delle elezioni. Inoltre il sistema si basa, a seconda dello stato, su macchinari completamente diversi che vanno dai touchscreen ai computer in grado di analizzare le votazioni su carta. Visto che questi macchinari non sono connessi tra loro elettronicamente, la possibilità che degli hacker riescano ad introdursi e influenzare il voto è altamente improbabile, se non impossibile.

"I macchinari potrebbero anche essere vulnerabili, ma non sono connessi ad internet e quindi richiedono l'accesso fisico, una enorme forza lavoro e una grande quantità di tempo" ha spiegato Dimitri Sirota, CEO della piattaforma di gestione della privacy BigID. E l'accesso dovrebbe comunque avvenire su ognuna delle singole macchine sparse per i 50 stati. L'unico punto che si può definire vulnerabile dal punto di vista di un attacco hacker è quello della registrazione dei votanti, un processo che avviene in maniera centralizzata grazie ad un sistema che gestisce l'intero elenco elettorale.

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Anche in questo caso, però, riuscire a penetrare il database dei votanti avrebbe come unico esito l'ottenimento dei cittadini registrati o, al massimo, la possibilità di cancellare il loro nome dalle liste. Ma questo riuscirebbe ad avere un impatto sull'esito delle votazioni? "No, perché verrebbe comunque concessa la possibilità di votare in maniera provvisoria, salvo poi confermare l'autenticità della votazione dal consiglio elettorale dello stato" ha spiegato Kimball Brace, presidente dell'Electron Data Services, un'associazione specializzata nel processo elettorale. "L'unico risultato sarebbe quello di rallentare il processo, ma non di modificarlo".

In conclusione, alla luce del meccanismo che guida il processo elettorale, le accuse di possibile frode sono totalmente infondate. Le macchine utilizzate per il voto non possono essere hackerate da remoto, mentre l'attacco al database di votanti otterrebbe come risultato solo quello di rimandare la pubblicazione dei risultati. "Se cominci a lamentarti prima che il gioco sia finito dando la colpa a qualcun altro, non hai la stoffa per fare questo lavoro" ha concluso Obama. "Consiglio al signor Trump di smettere di lamentarsi e provare a raccogliere voti".