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Ascoltare musica in streaming non è così salutare per l'ambiente: l'allarme lo ha lanciato una ricerca congiunta delle università di Glasgow e Oslo, che ha sottolineato come l'evolversi dei metodi di distribuzione della musica commerciale ci abbia portati a pagare sempre meno per avere appresso i brani che amiamo, ma che allo stesso tempo a pagare qualcosa in più rispetto al passato potrebbe presto essere il pianeta in cui viviamo. Per arrivare alle loro conclusioni i ricercatori si sono concentrati su due aspetti: da una parte il costo medio dei supporti corretti per l'inflazione; dall'altra il costo, in termini di emissioni di gas serra, richiesto da ciascuno dei metodi di distribuzione presi in esame.

Dallo studio emerge che non abbiamo mai pagato così poco per la musica che ascoltiamo, almeno prendendo in considerazione il mercato statunitense. Laggiù nei primi anni del ‘900 il prezzo di un cilindro fonografico preregistrato (l'antenato dei dischi) era in media di 13 dollari; si è arrivati a circa 11 dollari per i 78 giri in gommalacca che negli USA hanno avuto il loro picco nel secondo dopoguerra, e a ben 28 dollari per i dischi in vinile a metà anni '70; il valore è tornato a scendere fino a 16 dollari per le musicassette a fine anni '80 ed è risalito a quota 21 dollari per un CD negli anni 2000. Oggi un album in digital download costa in media poco più di 11 dollari, il tutto senza prendere in considerazione il modello dello streaming, che per 9,99 dollari  al mese mette a disposizione (ma senza diritto di proprietà) un catalogo musicale sterminato.

Musica digitale però non vuol dire necessariamente musica più amica dell'ambiente. Certo, grazie all'avvento di digital download e streaming il volume di plastica utilizzata per la produzione dei supporti musicali è crollato da un massimo di 61 milioni di chilogrammi nel 2000 ad appena 8 nel 2016; di contro però — fanno notare i ricercatori — se si prende in considerazione il parametro più ampio dell'emissione dei gas serra si nota che l'industria musicale è passata dall'emettere 136 milioni di chilogrammi nel 1977 ai 157 degli anni 2000, con una stima prevista di 200-350 milioni per i giorni nostri e ancora maggiore per quelli a venire. È il costo dell'energia elettrica necessaria a tenere accesi 24 ore su 24 i server di stoccaggio (solo negli Stati Uniti) delle piattaforme di distribuzione e a inviare reiteratamente i pezzi richiesti dai loro milioni di iscritti.

La ricerca in realtà non ha pretese di esaustività: dal conto — ammette lo stesso studio — restano ad esempio esclusi i costi ambientali relativi al trasporto dei supporti fisici, ma anche quelli delle registrazioni degli album e degli ascolti su YouTube, insieme a molte altre voci. Lo scopo della ricerca, più che demonizzare l'ascolto in digitale, è infatti un altro: sensibilizzare in generale l'opinione pubblica sulle conseguenze che attività percepite come immateriali hanno sull'ambiente, per fare in modo che il loro costo non aumenti fino a livelli insostenibili.