La pubblica gogna orchestrata su internet torna a fare vittime, stavolta si tratta di due cittadini indiani, Abijeet Nath e Nilotpal Das, accusati di essere “ladri di bambini”, processati attraverso catene di sant’Antonio animate per lo più attraverso WhatsApp. Infine è arrivata l’esecuzione: sono stati linciati da sedici persone nella provincia di Assam, dove si trovavano come turisti. Il collegamento del duplice omicidio con il passaparola infamante nei loro confronti è stato confermato dalla polizia locale.

Il precedente del disabile bruciato vivo in Gran Bretagna

L’assenza di un controllo che non sia quello affidato agli algoritmi dei social e la crittografia dei messaggi, su applicazioni come WhatsApp e Telegram, rende estremamente facile organizzare veri e propri processi giacobini nei confronti di chiunque, partendo dalle motivazioni più futili. Un caso più vicino a noi è quello di Bijan Ebrahimi, un disabile accusato in rete di essere pedofilo. Venne anche lui linciato per poi essere bruciato vivo nel 2013, davanti alla sua abitazione nel Regno Unito. Di origini iraniane dal 2001 aveva ottenuto la residenza a tempo indeterminato. La sorella denunciò gli agenti per non averlo protetto, in quanto persino loro avevano dato credito all’infondata accusa messa in piedi contro di lui.

Le persecuzioni digitali riguardano anche l'Italia

Sono tante anche in Italia le vittime di queste persecuzioni mediatiche, rese possibili dalla scarsa tutela che gli strumenti della rete offrono e dall’ignavia di chi preferisce far finta di niente, a volte imputando la responsabilità ai cosiddetti “blastatori”, che non avendo tutele decidono di difendersi da soli, rispondendo a tono agli attacchi. Pensiamo al caso di Daniele Cereda, un autistico che non ha voluto sostenere le campagne contro i vaccini, costretto a cambiare numerose volte l’account Facebook, perché gli strumenti di moderazione danno puntualmente ragione alle segnalazioni, organizzate in massa dai suoi detrattori.

Psicopatia degli algoritmi e crittografia

Fin tanto che il controllo dei contenuti verrà lasciato prevalentemente ad una "intelligenza artificiale" il rischio di alimentarla coi nostri pregiudizi – tanto da trasformarsi in alleata dei bulli virtuali – sarà sempre in agguato. Esistono già diversi studi che mettono in evidenza il problema del lasciare il grosso del lavoro agli algoritmi. Un altro problema, forse più spinoso, è quello della crittografia. Non a caso il CEO di WhatsApp Jan Koum ha dovuto recentemente rassegnare le dimissioni. Dove finisce il diritto alla privacy e comincia quello per una maggiore sicurezza? Il problema sussiste non solo per far fronte ai linciaggi mediatici, ma anche contro le organizzazioni terroristiche, le quali prediligono strumenti come WhatsApp e Telegram per scambiarsi i messaggi, proprio per la schermatura che offrono contro le intercettazioni. D'altro canto è lo spostamento delle news da Facebook a WhatsApp che rende queste meno gestibili, la colpa non è della crittografia in sé quanto di una mancanza di filtri efficienti a monte. Senza contare che la privacy non è un mero capriccio, a meno che non vogliamo trovarci in uno stato di polizia, dove chiunque potrebbe essere schedabile direttamente dal cellulare.

Ci salveranno le pubblicità?

A quanto pare gli interessi delle aziende pubblicitarie potrebbero venire in nostro aiuto, infatti la crittografia è un ostacolo soprattutto economico, rendendo impossibile ottimizzare gli spazi pubblicitari sulla base della profilazione degli utenti, un problema che però è stato al centro dello scandalo Cambridge Analytica. Occorrerà trovare una quadra, una posizione di equilibrio tra le esigenze di sicurezza, marketing e privacy degli utenti; non sarà facile ma rappresenta la sfida dei prossimi anni, se non vogliamo che certi fatti di cronaca tornino attuali.