È difficile non correlare le recenti dimissioni di Jan Koum, CEO e cofondatore di WhatsApp, con il recente scandalo di Cambridge Analytica che ha travolto anche Facebook. Eppure, come certi senatori americani sembrano ignorare, la crittografia applicata ai messaggi è forse il punto più distintivo tra la filosofia di Facebook e quella di WhatsApp, l’applicazione di messaggistica istantanea multipiattaforma più nota al Mondo. Dal 2014 è infatti parte integrante del gruppo Facebook Inc.

Come funziona la crittografia di WhatsApp

Così le preoccupazioni fioccano. Ci si chiede soprattutto se la crittografia possa essere il motivo delle dimissioni, ovvero sulla possibilità da parte dell’utente di rendere le sue comunicazioni sicure. La crittografia “end-to-end” di WhatsApp assicura infatti che solo gli utenti coinvolti possano leggere i propri contenuti, solo loro possiedono “il lucchetto” per la cifratura, nemmeno WhatsApp può intrufolarsi. Immaginate di inviare un pacco a cui ponete un lucchetto chiudendolo con la vostra chiave; il destinatario ricevuto il pacco pone un suo lucchetto e lo rimanda al mittente, questo toglierà il suo lucchetto rimandandolo al destinatario, il quale potrà finalmente aprirlo, essendo rimasto solo il suo lucchetto. In questo processo nessun impiegato delle Poste potrà vedere il contenuto, visto che le chiavi rimangono a casa di mittente e destinatario.

Perché la crittografia non piace a Facebook

Il problema di questo metodo è che non si può lucrare con WhatsApp profilando gli utenti, al fine di creare spazzi pubblicitari mirati. Su Facebook, come in altre piattaforme, ogni volta che clicchiamo su un contenuto che ci interessa parte in una frazione di secondo una sorta di asta per stabilire quali sono i contenuti che – sulla base delle ricerche precedenti dell’utente – possono risultare quelli più cliccabili da quest’ultimo. Con un sistema che adotta la crittografia end-to-end questo non sarebbe possibile. E su questo Koum si sarebbe scontrato con i vertici di Menlo Park.

Il dilemma della crittografia

Ma il dilemma che avrebbe afflitto l’ex Ceo di WhatsApp sarebbe precedente allo scandalo di Cambridge Analytica, come fanno notare anche sul Washington Post. Del resto il messaggio con cui Jan Koum annuncia il suo ritiro si apre a mille interpretazioni:

È passato quasi un decennio da quando io e Brian siamo partiti con WhatsApp, ed è stato un viaggio fantastico con alcune delle persone migliori. Ma è ora che io vada avanti […] Me ne vado in un momento in cui le persone usano WhatsApp in più modi di quanti avrei potuto immaginare […] Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo viaggio.

Privacy vs lotta al crimine

La crittografia non è solo un problema per i proventi degli spazi pubblicitari. Ricordiamo per esempio le polemiche sorte quando la Apple si rifiutò di mettere a disposizione le chiavi dei suoi “lucchetti” per agevolare le indagini dell’Fbi. Il terrorismo internazionale e altre pericolose organizzazioni criminali sono più al passo coi tempi di quanto potremmo immaginare. Recentemente un minorenne è stato arrestato proprio perché utilizzava la Rete per diffondere messaggi che inneggiavano alla jihad, ed è noto da tempo l’uso di WhatsApp da parte dell’Isis per coordinare i suoi adepti e diffondere la sua propaganda. Qualsiasi dietrologia vogliamo fare le dimissioni di Jan Koum sono sicuramente un’occasione importante per tornare a riflettere sui limiti tra difesa della nostra privacy e garanzia di altri valori importanti, come quello della sicurezza.