Che Rockstar possa fallire sembra ormai essere diventata un’eventualità impossibile. Non solo perché non vuole, ma perché sembra che non sia capace di farlo. È come chiedere ad un artista infallibile di non svelare il suo ennesimo capolavoro, perfetto e inarrivabile, eccelso in ogni suo aspetto. È ormai chiaro che Rockstar sia diventata un’entità matura che da ormai anni vive in dinamiche totalmente estranee dal resto del settore; nel modo in cui si pone con i suoi annunci, per esempio, o nel suo centellinare le informazioni svelate ai giocatori. Eppure i suoi sono lavori che oltrepassano gli standard, che vanno al di là di ciò che titoli come God of War, che pure si è imposto come passo in avanti importante del mondo videoludico, propongono al settore, raggiungendo vette impensabili. Red Dead Redemption 2 è un’altra esplosione nel buio, un’odissea nel vero senso della parola. Un racconto epico di antieroi ormai cancellati dal tempo. Un viaggio nello spazio e nella psiche, nel rapporto tra i suoi personaggi e tra i suoi luoghi. In breve, un altro successo di Rockstar.

Il pregio di un grande dipinto non risiede solamente nel disegno generale, ma nei suoi dettagli, nelle sue sfumature che lo rendono vibrante e concreto. L’immensa fotografia del western di Rockstar è incredibile non solo per la sua rappresentazione di un periodo storico tanto complesso quanto affascinante, ma anche e soprattutto per la quantità di sfaccettature che la compongono e per il suo lucido racconto della storia di Arthur Morgan e della banda di cui fa parte, quella che in Red Dead Redemption era ormai solo un ricordo e che qui, essendo il nuovo capitolo ambientato 8 anni prima del precedente, rappresenta invece il fulcro dell’avventura. Un cuore pulsante fatto di persone e credenze, di idee e di sopravvivenza, elementi che si intrecciano senza fretta con la vita di Morgan e che crescono come germogli nelle lunghe ore che compongono il tempo necessario per proseguire la campagna di gioco.

Un approccio che consente a Rockstar di raccontare la sua storia senza mai accelerare ma, al tempo stesso, di non perdersi in una narrazione lenta e ripetitiva. Di fatto ripetere le stesse azioni in Red Dead Redemption 2 è quasi impossibile, sia che si tratti di missioni principali che di secondarie. Una divisione che in realtà non fa onore alla struttura aperta del gioco, di fatto mai limitante e mai ancorata ad un proseguimento della storia lineare, che invece si muove in maniera fluida dando la sensazione che sia il giocatore a scegliere come proseguire. È una sensazione particolare, soprattutto perché il gioco parte prendendo per mano il giocatore e lasciandolo via via sempre più libero di esplorare e di scegliere come muoversi, introducendo tutte le innumerevoli possibilità in maniera costante e mai travolgente. Così ci si ritrova a “vivere” veramente i momenti di gioco attraverso dettagli apparentemente di poco conto, come il fatto di legare il cavallo quando si scende da esso.

Cavallo che di fatto diventa un vero e proprio hub per il giocatore e non un semplice mezzo di trasporto. È da esso che si possono scegliere le armi da portarsi dietro – per un massimo di due pistole e due fucili o un arco – o selezionare l’abbigliamento più adatto alla temperatura del luogo in cui ci si trova. Ma anche utilizzare l’inventario più ampio per trasportare più elementi dalle varie città all’accampamento. Il cavallo, che va curato con pulizia e cibo esattamente come va fatto con il giocatore, rappresenta un punto fondamentale di tutta l’esperienza, che mantiene l'insieme ancorato in maniera estremamente solida alla realtà. E così fanno tutti gli elementi, come il sopracitato passaggio dai climi freddi a quelli più caldi, che dovrà per forza di cose passare per un utilizzo ponderato degli abiti.

Fattore chiaro fin dall’incredibile inizio in cima ad una montagna, con la compagnia di banditi in fuga da una rapina finita male, persa in una tempesta e con la neve alle ginocchia. È qui che il gioco comincia ad instillare nella mente dei giocatori l’idea che il tutto si muove in maniera fluida, passando dai lunghi spostamenti a cavallo fino ad arrivare ai momenti in cui la regia di Rockstar mostra momenti messi in scena in maniera ineccepibile. La capacità di proporre un racconto umano e mai spettacolarizzato, che si focalizza sul rappresentare una storia ambientata in un preciso momento storico piuttosto che sullo sfruttare questo elemento solo come sfondo di sparatorie ed esplosioni, è qualcosa in cui Rockstar ormai eccelle. E se da un lato è vero che la sua serie principale è conosciuta per il suo lato “violento”, lo è altrettanto il fatto che sotto questa valutazione superficiale si nasconde un mondo di narrativa su crimine e società moderna. In Red Dead Redemption questo approccio resta invariato, ma contestualizzato in un’epoca chiaramente meno attuale ma comunque estremamente interessante.

Un contesto che spicca anche proprio in virtù della “lentezza” – da non vedere in termini negativi – con cui il gioco tratta la sua storia, dando spazio a rapporti tra i personaggi e a narrative che non si limitano ad una missione secondaria e via. Il tutto ambientato in uno spazio enorme e suddiviso per aree di biomi ben precisi, dalle paludi del sud alle montagne innevate del nord. Elementi che non significano solo un cambio di (sempre incredibili) visuali ma anche di approcci differenti con le meccaniche di gameplay, dalla necessità già citata di vestirsi pesantemente nella neve alla maggiore necessità di lavarsi quando ci si trova nel paesaggio paludoso, dove basta una caduta per ritrovarsi immersi nel fango, che resterà attaccato ai nostri vestiti e alla nostra pelle fino ad un lavaggio completo. Fattore che ovviamente colpisce sia il cavallo che le armi, le quali andranno continuamente pulite per poterle mantenere sempre operative.

È da questo continuo intreccio degli elementi che compongono l’intero gioco che nasce questa consapevolezza inconscia in grado di rapire il giocatore. Ci vuole poco a perdere delle ore su Red Dead Redemption 2 per il semplice fatto che anche solo il semplice viaggio dal punto A al punto B può essere disseminato da innumerevoli elementi interessanti – e mai indicati come ovvi elementi secondari – capaci di portare a deviazioni sempre intriganti. E questa è solo la punta dell’iceberg. È impossibile far comprendere una tale profondità senza scrivere per ore. Si potrebbe parlare della caccia e dell’utilizzo dell’arco per non far rumore e non rovinare la pelle degli animali da rivendere. O del fatto che la selvaggina va riportata all’accampamento in groppa al cavallo prima che marcisca. O dell'interazione con gli altri personaggi tramite il grilletto sinistro, che consente di parlare, minacciare, derubare o altro, potendo anche sparare verso il cielo per minacciarli. O, ancora, che il sistema di taglie renderà delle zone talmente piene di uomini di legge che, in caso di azioni maligne, sarà praticamente impossibile mettere piede in alcune città senza pagare la propria taglia.

In questi e tanti altri elementi Red Dead Redemption 2 è semplicemente una categoria a sé. Non esiste nulla di paragonabile ad una cura maniacale di questo tipo e nessuna produzione paragonabile a quella di un titolo Rockstar. È l'open world più convincente mai realizzato. Ormai lo sappiamo da anni e non dovrebbe stupirci più. Eppure, quando cala il sole e ci si ritrova su un sentiero di montagna mentre si scende a valle, i raggi di luna cominciano a filtrare tra i rami degli alberi e sullo sfondo si staglia una cittadina illuminata appena, non si può far altro che pensare ad una sola cosa: wow.