Continuano i problemi che deve fronteggiare Riot Games, la software house che ha sviluppato League of Legends: oltre 200 dipendenti sono usciti dal quartier generale di Los Angeles, per protestare contro la gestione dell'azienda delle due cause legali per discriminazione sessuale.

Le accuse di discriminazione sessuale per Riot Games

La denuncia, di ben 42 pagine, depositata presso la Corte Superiore della Contea di Los Angeles lo scorso novembre, include numerose accuse di molestie verbali e scritte, di discriminazione di genere e mobbing, ed evidenzia chiaramente e nel dettaglio anche il processo di assunzione dei cosiddetti "core games" , descritto come sessualmente orientato e, quindi, discriminatorio in quanto rivolto tipicamente agli uomini.

Le principali accusatrici sono Jessica Negron, un'ex dipendente che ha affermato più volte di non aver ottenuto alcun salto di carriera nonostante abbia svolto il lavoro che competeva al suo superiore (uomo), e Melanie McCracken che nonostante sia ancora impiegata in Riot Games, afferma di aver assistito e subito discriminazioni sessuali, sotto la supervisione di Jin Oh, mentre era il capo delle operazioni internazionali dell'azienda.

In risposta Riot ha dichiarato che avrebbe migliorato la sua cultura aziendale, assumendo consulenti e ristrutturando i sistemi di gestione delle risorse umane e del consiglio di amministrazione ma, nei mesi successivi, altri cinque dipendenti hanno denunciato l'azienda, accusandola di violare il California Equal Pay Act con presunte discriminazioni sessuali, ritorsioni e molestie.

La protesta dei dipendenti

E così, per la prima volta nel mondo dei videogiochi, gli impiegati di Riot Games sono usciti nel parcheggio del quartier generale con dei cartelloni con su cui erano scritte frasi "Io ho denunciato e lui è stato promosso", oppure "Forzata non è una parola che amano le donne".

"Sosteniamo gli attuali querelanti, i cui presunti molestatori rimangono in posizioni di comando in Riot", ha dichiarato Dylan Buck, scrittore dell'azienda e organizzatore della protesta. "Non siamo dissidenti per amore della dissidenza" – continua – "Siamo dissidenti per il bene della giustizia, per il bene di Riot e dei suoi valori e per rendere l'azienda il posto di lavoro ideale che tutti noi vogliamo sia".

Seppure primo nel mondo dei videogiochi, la protesta dei dipendenti di Riot è venuta a seguito di una manifestazione molto simile, ma decisamente più numerosa, battezzata Google Walkout For Real Change, ha coinvolto le sedi Google presenti in 50 città in tutto il mondo e si è conclusa con la promessa del numero uno dell'azienda, Sundar Pichai, di un incontro con gli organizzatori che all'ordine del giorno prevede la discussione di cinque punti che i dipendenti aderenti alla manifestazione hanno posto per migliorare le condizioni di lavoro all'interno della società.

Quale sia il futuro di questa tortuosa vicenda è ancora ignoto, ma una cosa è certa: gli organizzatori della protesta hanno imposto il prossimo 16 maggio, giorno in cui sarà organizzata un'ulteriore protesta, come ultima data utile per Riot per comunicare una risposta formale.

"Non è un ultimatum, ma un suggerimento. Se non avremo un chiaro impegno da parte della leadership, continueremo a protestare", ha dichiarato Jocelyn Monahan, cuore di questa manifestazione – "Questa non è la fine di una conversazione, ma piuttosto ne è l'inizio".