"Sì però mettimi like anche te, altrimenti mi cacciano". Alzo lo sguardo dal mio piatto e osservo la coppia seduta di fronte a me. Lui sembra la versione barese di Jason Mraz (cappello di paglia compreso), lei una wannabe influencer multicolor che sembra avere una fotocamera incollata alla mano destra e uno smartphone a quella sinistra. "Dopo tre ore di coda non mi faccio cacciare subito, mettimi like". Mi guardo intorno. Il tavolo dove sono seduto, l'unico nella sala, avrà una cinquantina di coperti, tutti occupati da persone intente a fotografare il piatto davanti a loro. Noto dei comportamenti ripetuti: c'è chi prova l'approccio dall'alto, chi si fa un selfie con il piatto, chi si concentra sui dettagli e chi va in all in, come la ragazza multicolor. Quando il mio sguardo torna su di lei, sta scattando una fotografia al piatto mentre si registra con la videocamera. Comincio a sentirmi a disagio. Poi scatto una foto al piatto e la pubblico su Instagram.

Quando qualche settimana fa è arrivato l'invito da Netflix, la prima reazione è stata d'entusiasmo. Una festa a tema Black Mirror, per cena e in pieno weekend: non si può chiedere di meglio. L'entusiasmo mi ha fatto ignorare anche l'assenza di qualsivoglia dettaglio all'interno della mail: leggo solo il posto e l'orario, nient'altro. I dettagli li ritrovo qualche tempo dopo sull'evento creato da Netflix su Facebook, dove scopro anche che la serata è aperta al pubblico. O meglio, ad un certo tipo di pubblico. "L’ingresso è riservato a chi ha più di mille follower su Instagram" si legge nelle informazioni. Apriti cielo: nei commenti gli utenti infuriati gridano allo scandalo, chiedono come sia possibile che un'azienda come Netflix impedisca l'ingresso a chi non è un influencer. C'è anche chi minaccia ripercussioni legali. È strano, penso io, ma viste le tematiche di Black Mirror sarà una provocazione. Magari vengono in pochi. Stolto.

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L'ingresso, cioè tre ore di coda per entrare.

Quando arrivo al BASE mi trovo davanti ad una fila che esce dal locale, fa il giro per tutto il cortile e si ferma proprio davanti al portone d'ingresso. Il BASE è il classico luogo di punta dell'élite hipster-alternativa milanese: sorge dove un tempo sorgeva lo Spazio Ex Ansaldo, che a sua volta ha preso il posto delle Officine Ansaldo. In poco tempo è diventato uno spazio che, complice la sua posizione della modaiola via Tortona, ha accolto un grande numero di eventi di ogni tipo. È, al netto del bistrot e delle aree dedicate ai workshop, una tela bianca nella quale si può realizzare un po' di tutto. Tipo un enorme cubo nero sigillato che all'interno nasconde un ristorante.

Qui devo ammettere subito una cosa: da giornalista invitato sono entrato senza fare la coda, mentre gli sguardi di chi attendeva mi trafiggevano la schiena come lame. Lo stesso hanno fatto alcuni influencer invitati direttamente da Netflix, presumibilmente quelli che avevano ben più di mille follower su Instagram. Tipo due o trecentomila. Io nel dubbio, dall'alto dei miei 1.339 follower, mi sentivo parte di quell'élite. Tanto nessuno andrà a controllare il mio profilo, no?

L'elemosina dei follower.

"Dovresti farmi vedere il tuo profilo". Appena entrato mi ritrovo al banco di ingresso, dove una ragazza con espressione neutra e vestita in total white non mi lascia scampo: mi rassegno ad aprire l'app e mostrarle i miei 1.339 follower. "Va bene, però non siamo ancora aperti, puoi aspettare di là". Di là, cioè la sala accanto alla navata centrale del BASE. Cioè dove comincio ad aver paura del futuro.

La zona solitamente dedicata al bar dello spazio è stata di fatto trasformata in un'area dove guadagnare follower. Comincio a capire. Chi non ha 1.000 seguaci non può entrare direttamente nel locale, ma deve prima passare di qua a racimolare contatti. Lo può fare in due modi: o si chiude dentro una teca di cristallo e fa di tutto per spingere le persone a premere un pulsante e mettergli like, oppure pubblica una storia su Instagram con l'hashtag ufficiale della serata. Qui comincio a notare tre cose: la prima è la gente che, non sapendo se riuscirà ad entrare o meno, si è portata da casa dei cartoni con su scritte frasi da elemosina, tipo "Aiutami, non ho abbastanza follower" o "Ho fame, seguimi su Instagram"; la seconda è che la gente nella teca comincia a fare cose assurde, come mettersi a testa in giù e fare versi strani; la terza è che alcuni gruppi di persone continuano ad avvicinarsi a degli specchi a forma di occhio (il logo di Black Mirror). Prima che io possa avvicinarmi per capire cosa guardano, vengo sospinto verso l'ingresso del locale che nel frattempo aveva aperto.

La cena si paga con i like.

L'enorme cubo nero nasconde una sala riempita solo da una grande tavolata da una cinquantina di coperti, qualche cameriere, una console da DJ e un maxischermo. Su un ripiano più alto è posizionata una tavola più piccola da una decina di persone che man mano si è riempita di influencer (quelli veri), cani (?) e giornalisti evidentemente più influencer di me. Mentre penso al fatto che un cane è più influente di me, mi spiegano che ogni avventore ha un posto preassegnato davanti ad una porzione del tavolo sulla quale vengono proiettate animazioni e, soprattutto, la classe di appartenenza: a seconda del numero di follower si può passare dalla Classe 1 alla Classe 3. La differenza non la capisco subito, ma noto che abbiamo tutti dei piatti diversi. A quel punto arrivano le istruzioni: fai una foto al piatto, pubblicala su Instagram con l'hashtag e ottieni abbastanza like. Se ci riesci puoi restare e ordinare ancora, altrimenti vieni allontanato dal club.

È a quel punto che mi accorgo dei due commensali davanti a me. "Sì però mettimi like anche te, altrimenti mi cacciano". Mi accorgo anche che gli specchi visti da fuori erano in realtà oblò dai quali le persone potevano guardare dentro al locale. Dall'interno, però, si vedono solo sagome nere che ti osservano. La maggioranza dei piatti vicini a dove mi trovo io sono intonsi perché al centro di minuziosi shooting fotografici. Tiro fuori lo smartphone, scatto una foto, applico qualche filtro e la pubblico su Instagram. Poi controllo l'hashtag per vedere cosa stanno pubblicando i miei compagni/concorrenti. Piatti, selfie, foto del tavolo in prospettiva; le idee sono sempre quelle. Vedo anche, però, che nei commenti qualcuno comincia a chiedere like. In poco tempo sotto ogni foto trovo decine di "Ricambi?", "Contraccambia" e "Metti like anche a me". Continuo a notare che i piatti sono effettivamente diversi tra loro. Mi alzo per controllare e capisco. Il piatto della Classe 3 è costituito da due sole tartine, mentre quello della classe più alta conta anche due hossomaki e una porzione di pasta. In pratica, più follower hai più mangi. Comincio a sentire il disagio.

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"Mi dispiace UmpaLumpa89, la tua foto non ha raggiunto abbastanza like, sei pregato di lasciare il club". La versione inspiegabilmente inquietante di Fly to the Moon che accompagna tutta la cena si interrompe per lasciare spazio al primo di molti altri annunci simili: se la foto non raggiunge abbastanza like si viene cacciati. A questo punto al disagio si aggiunge l'ansia. Controllo la foto: 8 like. "Ci vuole tempo" mi dico. Ma al Black Future Social Club non sembra esserci. Mentre c'è chi ancora non ha toccato il piatto, lo finisco per paura di dover uscire senza averlo nemmeno assaggaito. "Mi dispiace m4rcus, la tua foto non ha raggiunto abbastanza like, sei pregato di lasciare il club". Il maxischermo si illumina con il mio nome. Decido di sfidare il sistema e pubblico una seconda foto: il ritratto di un amico a tavola. Passano altri dieci minuti: "Mi dispiace m4rcus, la tua foto non ha raggiunto abbastanza like, sei pregato di lasciare il club". Guardo il post: 12 like. Esco.

Siamo già in Black Mirror.

Mentre esco dal cubo penso all'esperimento, ai post e al fatto che, effettivamente, ciò che la serie vuole comunicare è proprio questo senso di futuro distopico che mette a disagio. Il problema è che quando ti ci trovi dentro la prospettiva inevitabilmente cambia. Soprattutto quando dentro ci trovi centinaia di persone che partecipano a questo "gioco" con un entusiasmo al limite del fanatismo. Uscendo noto che la lunghezza della fila è aumentata e riempie ancora il cortile del BASE. Mi vengono in mente, oltre a svariate puntate di Black Mirror, due film: L'Onda e Lui è Tornato. Nonostante l'idea comune reputi impossibile che una nuova dittatura possa essere instaurata nella moderna Germania, i due esperimenti sociali – e in particolare il primo – smentiscono clamorosamente (e dolorosamente) questa tesi. Allo stesso modo l'ondata di repulsione verso il futuro non-così-lontano di Black Mirror si scontra poi con la realtà dei fatti: per entrare in un ristorante dove servono 1.000 follower si fanno follie. Tipo aspettare tre ore in fila al freddo il 13 gennaio.

Sul portone del BASE incontro un ragazzo asiatico. Mi chiede informazioni perché, spaventato dalla lunghezza della fila, non sa se fermarsi e aspettare. Gli dico che, onestamente, può anche impiegare quel tempo in maniera migliore e che dentro non c'è davvero nulla di che. Per farglielo capire gli mostro un video girato all'interno. Lui annuisce, poi mi fa: "Va bene me ne vado, però ti posso chiedere un favore? Mi passeresti il video così lo pubblico sui social e sembra che io sia entrato?". Mi spiazza così tanto che senza pensarci prendo il numero e gli invio il video su WhatsApp. Poi si gira e se ne va smanettando con il telefono.

Quella di Netflix è una provocazione, certo, così come lo sono le puntate della serie TV. Però fa riflettere: quando aprirà un locale come questo? Come si comporterà la gente nei suoi confronti? Pensavo di avere la risposta, ora non ne sono più così certo. Perché alla fine cosa si è disposti a fare per i like? Fino a dove ci si può spingere se per due tartine si arriva a fare tre ore di coda, elemosinare follower e fare di tutto per restare all'interno di un locale che non ti sta dando nulla? Non riesco a darmi una risposta. Però ricontrollo i due post pubblicati durante la cena. 60 like. Avrei potuto ordinare un'altra consumazione.