18 Gennaio 2011
15:51

Tim Cook: ecco chi è l’uomo a cui Steve Jobs affida la Apple

Tim Cook viene chiamato, per la terza volta, a sostituire Steve Jobs per ragioni legate alla salute cagionevole del CEO di Apple. Ma chi è Tim Cook? E come mai Jobs si fida tanto di lui?
A cura di Anna Coluccino

Tocca sempre al povero Tim Cook far sobbalzare la patata bollente di modo che nessuno, alla Apple, si scotti troppo; il tutto sotto lo sguardo fisso e severo della critica, pronto a bastonarlo al minimo errore. Il COO di Apple è stato infatti chiamato, per la terza volta, a fare le veci di Steve Jobs, allontanatosi da Cupertino per malattia; e anche se stavolta Cook non assumerà il ruolo di CEO ma si limiterà (in teoria) a gestire le attività quotidiane, i mercati finanziari hanno pesantemente vacillato in seguito all'annuncio, e sulla piazza di Francoforte Apple ha perso il 6% in poche ore, eppure il lavoro fatto da Cook nel corso della precedente sostituzione non fu affatto biasimabile, anzi, seppe accontentare investitori, clienti e dipendenti, e portò a casa vendite e dividendi. Ma questo conta poco. Jobs, nell'ambiente tech, viene considerato alla stregua di un semidio; un essere metà uomo e metà santone, capace non solo di ideare e progettare strumenti rivoluzionari, di moltiplicare vendite e ricavi, ma anche di far brillare device vecchi come il cucco come fossero abbaglianti e imperdibili novità. Come potrebbe Tim Cook essere all'altezza di tutto questo e, di conseguenza, del compito assegnatogli? Lui non è Jobs, e poco importa che sia proprio Steve a considerarlo più che adeguato ad adempiere alle mansione assegnategli, Cook non potrà mai soddisfare gli Apple fan, anche se dovesse imparare a camminare sull'acqua e a divaricare il Mar Rosso. Jobs ha una capacità affabulatoria che non si può imparare, neanche provando, per tre volte, a vestire i suoi panni.

Ma chi è Timothy D. Cook? Cos'ha fatto di così importante nel corso della sua carriera per meritare la stima incondizionata di Jobs? A parte trascorrere ben 12 anni in IBM come direttore della North American Fulfillment, dove ha gestito in prima persona la produzione e la distribuzione per l'America del nord e per l'America latina, la sua carriera è intrinsecamente legata alla storia di Cupertino. Nel 1998, infatti, poco dopo il suo rientro in Apple come CEO, fu proprio Steve Jobs a volerlo in azienda; c'era bisogno di un uomo in grado di prendersi cura della divisione della compagnia che si occupa della distribuzione e della manifattura e, in quell'occasione, Cook si dimostrò decisamente all'altezza del compito. Grazie al suo intervento, infatti, l'azienda ridusse drasticamente gli inventari e ottimizzò la supply chain, aumentando notevolmente i profitti. Il tutto fu reso possibile dalla decisione di Cook di affidare a terzi la produzione e lo stoccaggio dei prodotti, chiudendo magazzini e fabbriche appartenenti ad Apple. Insomma, se Jobs, sul finire degli anni '90, riuscì nell'impresa impossibile di trasformare Apple daazienda poco più che morente, nella compagnia di successo che tutto conosciamo, il merito è anche di Tim Cook.

A dispetto dell'aria bonacciona, infatti, Cook ha fama d'essere un capo spietato e un lavoratore indefesso, del resto Apple non gli avrebbe concesso un guadagno, nel 2010, pari a 59 milioni di dollari se il suo lavoro non fosse stato indispensabile e di impagabile qualità. D'altronde, sono moltissime le voci (interne ed esterne) che raccontano dell'ormai consolidata leadership di Cook all'interno di Apple. Sebbene il volto pubblico della compagnia continui ad essere quello di Jobs, infatti, stando a quanto dichiarato da Bloomberg nel 2009, Cook "dirige silenziosamente la compagnia da diversi anni". A questo si aggiungono, poi, le affermazioni che Michael Janes, vecchio executive di Apple, ha rilasciato a Wired: "Steve è il volto della compagnia ed è molto presente nella fase di sviluppo del prodotto, ma è Tim l'uomo che prende tutti quei design e li trasforma in un'enorme pila di contanti per la compagnia". Nonostante tutto, però, la verità è che per guidare Apple non ci vogliono soltanto capacità, talento e dedizione. Ci vogliano genio, creatività, carisma, self-confidence. I fan dell'azienda di Cupertino non comprano i device Apple perché hanno un buon rapporto costo-beneficio o perché sono prodotti da un'azienda capace di portare a casa ottimi ricavi, la gente compra gli Apple device perché all'interno di ogni singolo strumento targato mela c'è una piccola scintilla del genio di Steve Jobs. Un uomo che, da quando è tornato ad essere CEO di Apple nel 1997, guadagna un unico (simbolico) dollaro in cambio del suo lavoro (a cui si sommano, naturalmente, i guadagni derivanti dalle stock-option, dai premi produzione e da altri progetti come, ad esempio, Pixar). Il punto, però, è un altro: una volta compresa l'insostituibilità di Steve Jobs, quale migliore scelta per questo (ennesimo) periodo di transizione se non quella di un uomo capace di lavorare a testa bassa, senza badare alle critiche e portando a casa risultati utili? In mancanza di genialità, meglio puntare sulla concretezza e sulla solidità e, soprattutto, sulla lealtà: quando Jobs rientrò in Apple dopo i sei mesi da CEO di Cook, sia Dell che Motorola offrirono ottime prospettive al buon Tim, ma lui è rimasto a Cupertino. E questo dovrà pur significare qualcosa.

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