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Agenda Digitale: il Partito Democratico e l’UDC di Casini raccolgono la sfida

Tutti i tumulti politici scatenati dalla proposta di un’Agenda Digitale per il futuro dell’Italia: dalle proposte del PD all’apertura dell’UDC, dalla lieve approvazione di Brunetta alla stangata di Romani.
A cura di Anna Coluccino
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La proposta di stilare un'Agenda Digitale per l'Italia è stata lanciata ventuno giorni fa e, oltre a semplici adesioni "spirituali", comincia finalmente a raccogliere proposte d'impegno concreto. I 100 promotori dell'iniziativa sono riusciti, finora, ad ottenere più di 18.000 sottoscrizioni e ben due proposte progettuali: quella del Partito Democratico e quella dell‘UDC di Casini (tra i primi ad esprimere grande interesse per la questione). Non ci sono evidenti differenze progettuali tra le due proposte, se non per il fatto che il PD mette giù quattro obiettivi chiave e prova ad illustrare il percorso per raggiungerli, mentre Casini si limita a riassumere le ragioni per cui urge un progetto digitale ed annuncia che l'UDC è al lavoro con "professionisti, blogger, volontari web e tutti che coloro che vorranno contribuire" per la redazione di una propria proposta di agenda digitale. Detto questo, però, va pur sottolineato che il cammino per ridurre il digital divide in Italia non è qualcosa che ha bisogno di essere pensato, ripensato e concordato, anzi, tutto sommato è piuttosto ovvio, occorre solo la volontà (reale, ferrea, concreta) di cominciare a percorrere il sentiero della digitalizzazione del paese. Nulla di più. E raccogliere l'adesione senza se e senza ma di due delle maggiori forze di opposizione al governo è già qualcosa. Ma, purtroppo, si tratta in entrambi i casi di forze d'opposizione.

Il governo, da parte sua, pur mostrando un vago interesse per la questione, non sembra granché preoccupato del digital divide e continua a ripetere di aver fatto abbastanza. Renato Brunetta ha detto che sì, l'inizitiva di spingere per un progetto digitale è lodevole, ma ha ribadito che, a suo avviso, quanto ad Agenda Digitale noi italiani siamo primi in Europa. Ora, chiunque abbia messo il naso fuori dal paese sa che non è così e a poco servono le dichiarazioni propagandistiche di Brunetta se poi il ministro deputato ad accogliere la proposta, ovvero Paolo Romani, si  dichiara assolutamente contrario all' "interferenza" della società civile negli affari del suo ministero, e sostiene che la proposta di un'Agenda Digitale è contraddittoria ed incomprensibile considerando che lui stesso ha presentato, in data 15 dicembre, un progetto che mira ad azzerare il digital divide… Peccato che il documento, poi, sia risultato retrodatato. Si è scoperto, infatti, che il "piano che avrebbe azzerato in un anno il digial divide in Italia" è stato redatto in fretta e furia, in pochissime ore, ed è stato creato e pubblicato solo il 2 febbraio, ovvero dopo due giorni dalla proposta di un'Agenda Digitale per il futuro dell'Italia. Insomma, se bastano poche ore a redarre il piano in grado di "azzerare il digital divide" e, improvvisamente, per realizzarlo bastano i 100 milioni elemosinati a Tremonti quando, secondo lo stesso Romani, erano necessari un miliardo e mezzo di euro per rimettere il paese in sesto dal punto di vista digital-tecnologico, allora perché il 49% (dicasi 49%!) degli italiani non ha ancora accesso ad Internet? A tal proposito, vi riportiamo un estratto da Il Fatto Quotidiano, autore della segnalazione circa l'ambiguo comportamento di Romani sull'Agenda Digitale:

Nel vano e puerile tentativo di dimostrare l’inutilità dell’appello, infatti, nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione dello stesso sul Corriere della Sera, nella home page del Dipartimento delle Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo economico, viene reso disponibile un comunicato stampa, datato 15 dicembre 2010, intitolato “Piano digitale” e con allegato il file .pdf di una presentazione. L’obiettivo è evidente: dimostrare che il Governo ha già un’agenda digitale e che, pertanto, l’appello è inutile, sterile e polemico. Peccato solo che ad andare a guardare tra le proprietà del file pubblicato sul sito del Ministero si scopra che, a dispetto della data del 15 dicembre sbandierata in home page, lo stesso è stato creato solo il 2 febbraio 2011, ovvero dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera dell’appello.

I promotori dell'Agenda, elegantemente, hanno deciso di glissare su questa infantile rappresaglia e restano fermi sui loro principi: avere un'Agenda Digitale per il paese nell'arco di 100 giorni dalla presentazione dell'appello. La deadline, quindi, è fissata per l'11 maggio ma, considerando le attuali condizioni del governo, paralizzato (ancora una volta) dai guai giudiziari del premier, la possibilità che la coalizione di maggioranza si dedichi fattivamente ai problemi del paese, tra cui il digital divide, appare quanto mai remota. Speriamo che le forze governative favorevoli all'appello riescano a far sentire la loro voce e, magari, aprano il dialogo all'opposizione che, in gran parte, si è mostrata già grandemente favorevole ad un progetto di Agenda Digitale.

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