I primi dati relativi ai download dell'app Immuni contro il Covid-19 (500.000 installazioni in appena 24 ore) fanno ben sperare nell'adozione di massa auspicata per il buon funzionamento della piattaforma. Immuni entrerà effettivamente in funzione a breve, ma in questi giorni hanno iniziato a diffondersi online i primi appelli di coloro che non desiderano installare l'app e che stanno cercando di convincere altri a non farlo. Il mezzo, come avviene spesso nella proliferazione delle bufale online — è la diffusione di una catena di messaggi copia e incolla sui social che inizia così: "A tutti i miei contatti, che installeranno l'app COVID-19" (ovvero Immuni).

Il contenuto del messaggio

Il messaggio in questione contiene due inviti, il primo dei quali è rivolto ai contatti di chi pubblica l'appello e che intendono installare Immuni: queste persone sono invitate a rimuovere l'autore del messaggio dagli amici di Facebook e dalla rubrica telefonica, per paura che l'app sia in grado di rubare le informazioni personali delle persone che la utilizzano. La seconda parte del messaggio è rivolta invece a chi già nutre dei dubbi nei confronti di Immuni. Si tratta di un invito a non scaricare l'app e soprattutto a copiare e incollare il contenuto sulla propria bacheca social, nella speranza che qualcuno accolga la richiesta e faccia così proseguire la catena di sant'Antonio.

Del messaggio esistono diverse varianti, ma in generale i contenuti non differiscono e il tono della comunicazione è tutto sommato pacato, con tanto di rassicurazione ai lettori sul fatto che rompere un'amicizia su Facebook o cancellare un numero di telefono non significa necessariamente interrompere i contatti. Ciò non toglie però che il messaggio contenga molte inesattezze.

Perché è un messaggio infondato

Le preoccupazioni sulla privacy relative a Immuni circolano già da tempo prima dell'uscita di questi giorni, ma sono state tutte fugate con la pubblicazione dell'app. Insieme alla versione scaricabile su smartphone, gli autori hanno infatti caricato online il codice sorgente del software — ovvero il listato completo e trasparente delle istruzioni che l'app esegue e delle comunicazioni che effettua. Questa documentazione è consultabile liberamente da chiunque, compresi il garante per la privacy e numerosi esperti informatici indipendenti, che ci hanno già messo gli occhi sopra concludendo che l'app da questo punto di vista è a norma.

Immuni in particolar modo non ha la possibilità di accedere ai numeri di telefono in rubrica né tantomeno ai contatti social, cosa che paradossalmente può invece fare proprio Facebook — ovvero il mezzo di comunicazione principale sul quale questa catena si sta diffondendo. Per coerenza, chi invia un messaggio del genere dunque dovrebbe innanzitutto prendere in considerazione l'idea di cancellare il proprio account.

L'origine della catena

Il messaggio che circola in questi giorni del resto è a sua volta la riproposizione di una catena originatasi in lingua inglese e relativa a un'altra app. Si tratta di ABTraceTogether, nata in Canada ormai un mese fa quando gli sviluppatori di Apple e Google non avevano ancora implementato in iOS e Android il loro sistema anonimo basato su Bluetooth low energy. Come nella migliore tradizione delle catene di sant'Antonio internazionali insomma, l'appello è stato tradotto in ogni sua parte senza particolare cura per la fondatezza dei contenuti. Dall'introduzione al corpo del messaggio, fino alle rassicurazioni finali, la struttura del messaggio è identica a quella del testo in lingua inglese; cambia solamente il nome dell'app incriminata, cambiato opportunamente in Immuni o, nelle versioni meno sofisticate, in un generico "Covid-19".

Il fenomeno delle catene di sant'Antonio digitali è noto da decenni, fin dall'invenzione delle email. Con il vecchio MSN Messenger questi messaggi hanno iniziato a propagarsi attraverso la messaggistica istantanea, e ai tempi di WhatsApp sono arrivati direttamente sugli smartphone. Non stupisce dunque che sull'onda della disinformazione possa trovare spazio di diffusione anche una missiva come quella che sta circolando in quesi giorni a mezzo social. Il problema è che la posta in gioco nel caso di Immuni è diversa: un conto infatti è raccontare a centinaia di persone che WhatsApp sta per diventare a pagamento e che per scongiurare l'eventualità occorre inoltrare il messaggio a dieci contatti; tutt'altra cosa è chiedere allo stesso pubblico di rinunciare a un'app dedita al bene comune, che senza l'aiuto di tutti funzionerebbe soltanto a metà.