Oggi i quattro CEO delle principali aziende tecnologiche statunitensi appariranno davanti al Congresso USA per rispondere delle possibile violazioni antitrust che le hanno caratterizzate nel corso degli ultimi anni. Nonostante le quattro realtà facciano parte di una sorta di unica enorme investigazione, però, le motivazioni che hanno portato i responsabili davanti al Congresso sono diverse. Così come lo è la potenziale gravità delle posizioni delle singole realtà. La situazione delle quattro aziende è infatti molto differente sia per i diversi elementi criticati che per l'approccio che i quattro CEO hanno avuto nei confronti del Governo americano nel corso degli ultimi mesi. Ecco su cosa si dovranno difendere Mark Zuckerberg, Sundar Pichai, Jeff Bezos e Tim Cook.

Facebook

Per quanto riguarda Facebook, per esempio, è innegabile che Zuckerberg abbia attuato una strategia di cooperazione e di atteggiamenti poco punitivi nei confronti della politica statunitense. D'altronde nel suo caso il rischio è che il Governo decida che le sue acquisizioni gli abbiano conferito troppo potere, obbligandolo a spezzare Facebook, WhatsApp e Instagram in tre aziende differenti prima che Zuckerberg possa completare l'unificazione delle tre infrastrutture. Il CEO dovrà inoltre rispondere della diffusione di contenuti d'odio e delle fake news all'interno della sua piattaforma.

Google

La situazione di Google è forse la più complessa e difficile da trattare all'interno di un'udienza di questo tipo. Data la diffusione della sua posizione in tutto il web, le pratiche commerciali e pubblicitarie e il suo toccare praticamente ogni aspetto dell'economia del web e dei dispositivi hardware, Google dovrà rispondere del maggior numero di accuse verso quella che agli occhi del Governo è ormai una posizione di assoluta dominanza. Posizione peraltro ottenuta con una politica di acquisizioni selvagge che hanno portato sotto lo stesso tetto colossi come YouTube e Android, accrescendo ulteriormente le dimensioni di un'azienda che ora viene considerata troppo grande. Dal motore di ricerca (spesso favorevole nei confronti dei prodotti di Big G) alla pubblicità, Sundar Pichai dovrà rispondere a innumerevoli domande, ma dovrà anche spiegare se la sua azienda prende il 35 percento circa di tutte le transazioni pubblicitarie perché se lo merita o semplicemente perché può farlo.

Amazon

A finire nel mirino del Congresso sono anche le pratiche di prezzi selvaggi messe in atto da Amazon, un elemento talmente assurdo e irrazionale (perché prevede la vendita a prezzi molto più bassi di quelli di mercato) che le leggi antitrust semplicemente non lo tengono in considerazione. Ma in questo modo Amazon non solo è riuscita a sopravvivere, ma ha anche eliminato gran parte della concorrenza diventando un colosso dell'ecommerce. Un approccio che Lina Khan, una studentessa di legge, ha sezionato e criticato nel libro "Amazon's Antitrust Paradox". Oggi Khan è membro della commissione che sta indagando sulle aziende tecnologiche. Per Jeff Bezos l'udienza sarà peraltro particolarmente stressante: è la prima volta nella storia che il CEO di Amazon appare davanti al Congresso USA.

Apple

La situazione di Apple è in realtà la più semplice, perché di fatto coinvolge solamente il suo App Store. Nel caso dell'azienda di Cupertino, infatti, le polemiche antitrust riguardano la percentuale pari al 30 percento che Apple prende per ogni acquisto effettuato all'interno del suo negozio digitale presente su ogni suo dispositivo. Come nel caso di Google, la commissione vuole capire se questa "tassa" viene pretesa per una ragione valida o solamente perché l'azienda può richiederla. Data la sua presenza massiccia nel settore degli smartphone, Apple è anche accusata di mettere in atto un processo di revisione delle app troppo "duro e inconsistente", tagliando fuori gli sviluppatori non accettati da quasi la metà del mercato degli smartphone. Per preparasi all'udienza, l'azienda ha pubblicato un documento in cui spiega che la commissione del 30 percento non è differente da quelle chieste da Google e Amazon. Un approccio che non salverà Tim Cook da una serie di domande scomode.