Si è chiusa definitivamente l'era di Facebook riconducibile allo scandalo Cambridge Analytica, o almeno questo è quello che il social network sembra ansioso di comunicare. Il gruppo ha annunciato in questi giorni di aver intercettato ed eliminato dalle pagine della sua piattaforma più di 10.000 app sospette, come risultato di un'attività di indagine intrapresa negli ultimi mesi per disattivare tutte le app che su Facebook rischiavano di comportarsi come l'ormai tristemente nota thisisyourdigitallife (che nel 2014 ha rastrellato le informazioni personali di milioni di utenti inconsapevoli).

L'indagine partita un anno fa

Facebook sta lavorando su questo aspetto del social fin da marzo dell'anno scorso, quando ha riunito un team di ricercatori, ingegneri informatici, avvocati e partner per effettuare un lavoro di investigazione sugli sviluppatori esterni che hanno sviluppato app in grado di appoggiarsi a Facebook per proporre al suo pubblico di utenti giochi, quiz e funzionalità aggiuntive. Il gruppo lavora isolando le app sospette sulla base di criteri preliminari, come il numero di utenti che le utilizzano e la quantità di dati che cercano di ottenere da questi ultimi; nel momento in cui i segnali relativi a una determinata app insospettiscono la squadra di revisori, Facebook approfondisce l'indagine effettuando una analisi tecnica del software in questione e un controllo sullo sviluppatore, inviando se necessario a quest'ultimo alcune domande circa la propria attività.

Le ragioni delle sospensioni

Quelle sospese o eliminate in conseguenza alle indagini svolte finora in realtà non sono necessariamente tutte app malevole. In questa operazione di pulizia Facebook ha infatti preferito tenere un approccio rigido, eliminando ad esempio a priori anche le app degli sviluppatori che non hanno risposto alle richieste di chiarimenti inviate loro da Facebook. Per questo motivo tra quelle eliminate possono figurare anche numerose diverse varianti di una stessa app, che normalmente gli sviluppatori caricano in gran numero sulla piattaforma a scopo di test. Dalla lista di quelli sospesi non mancano però software effettivamente dediti a scopi illeciti: stando agli esempi forniti da Facebook, myPersonality condivideva informazioni con aziende e ricercatori senza le dovute garanzie di riservatezza, mentre LionMobi e JediMobi utilizzavano le proprie app come veicolo per una truffa basata su annunci pubblicitari.

In generale però non stupisce che Facebook si sia fatta più scrupolosa nel monitorare questa porzione del suo impero: il livello di vigilanza sotto zero che ha portato allo scandalo Cambridge Analytica le è costato miliardi di dollari di multa negli Stati Uniti e un danno di immagine difficile da quantificare. E con alcuni osservatori e rappresentanti politici che ora spingono per spezzarne il monopolio e costringerla a vendere WhatsApp e Instagram, la società di Mark Zuckerberg ha tutto l'interesse a recuperare i punti persi davanti agli occhi dell'opinione pubblica negli ultimi anni.