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La legge di Moore è morta

La legge di Moore è quasi arrivata al capitolo finale della sua vita, eventualità che segnerà una svolta epocale per il settore tecnologico, che proprio a Moore deve molto: tutti i dispositivi come computer, smartphone, tablet, smartwatch e molti altri possiedono al loro interno un processore sviluppato seguendo la legge.
A cura di Marco Paretti
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Ci sono cose che non possono durare per sempre e la legge di Moore è sicuramente una di queste. Ne era consapevole persino lo stesso creatore al momento della divulgazione, così come lo hanno sempre saputo le associazioni che si occupano di sviluppare e produrre i semiconduttori. La legge di Moore è quasi arrivata al capitolo finale della sua vita, eventualità che segnerà una svolta epocale per il settore tecnologico, che proprio a Moore deve molto: tutti i dispositivi come computer, smartphone, tablet, smartwatch e molti altri possiedono al loro interno un processore sviluppato seguendo la legge.

Nasce tutto nel 1965, quando Moore, già co-fondatore di Intel, si accorse che in un circuito il numero di componenti raddoppiava di anno in anno, aumentando di conseguenza la potenza del processore. La scoperta fu in seguito perfezionata fino ad arrivare, dieci anni dopo, alla legge vera e propria: "Le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi". Fu una svolta e la scoperta di Moore fu adottata da tutta l'industria, che nei decenni successivi abbracciò il concetto di raddoppiare la potenza di un processore a parità di dimensioni.

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Così nacque l’International Technology Roadmap for Semiconductors, un documento pubblicato regolarmente che contiene le linee guida da seguire per la produzione dei chip, un processo difficile proprio in virtù dell'aggiornamento così rapido dei processori; ciò prevede infatti anche un continuo adattamento della produzione e delle macchine che quei chip li realizzano concretamente. Nel corso degli ultimi anni, però, la legge di Moore ha cominciato a rallentare, lasciando intendere segnali non proprio positivi per il suo futuro. Già, perché l'idea alla base della legge ha dei limiti fisici che in pochi anni diventeranno insormontabili.

Ad oggi l'industria ha realizzato chip caratterizzati da circuiti spessi 14 nanometri, o un miliardesimo di metro. Nel corso dei prossimi anni il mercato ridurrà ulteriormente queste dimensioni fino ad arrivare ad un punto passato il quale lo sviluppo di soluzioni più piccole risulterà semplicemente impossibile. Si parla di circuiti larghi tra i 2 e i 3 nanometri (circa 10 atomi), troppo piccoli per risultare affidabili e non scaldarsi, vero problema di processori di questo tipo. In questo modo presto si arriverà ad un punto fermo, visto che soluzioni alternative che possano mantenere il ritmo biennale non se ne sono ancora trovate nel corso dei 50 anni di vita della legge di Moore.

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Da qui l'articolo pubblicato su Nature da M. Mitchell Waldrop che spiega come la Semiconductor Industry Association sia pronta a divulgare un documento che segnerà la fine della Legge di Moore, accettando ritmi di sviluppo più lenti. Se però da un lato la produzione dei processori non è cambiata, dall'altro lo ha fatto l'industria tecnologica in generale e l'utilizzo che noi facciamo dei dispositivi. I device mobile, per esempio, non richiedono una potenza di calcolo eccessiva per compiere le principali azioni basilari (navigare, inviare messaggi, guardare video, etc) e il cloud ha permesso al settore di spostare i processi di calcolo in server remoti, dove le dimensioni non contano poi così tanto. Così nel futuro dei processori, per ora, c'è un interesse particolare all'Internet delle Cose, cioè all'ecosistema di oggetti (in casa e non) connessi tra loro, che proprio da chip in grado di dialogare con il web potrebbero trarre un grande beneficio.

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Giornalista dal 2002 specializzato in nuove tecnologie, intrattenimento digitale e social media, con esperienze nella cronaca, nella produzione cinematografica e nella conduzione radiofonica. Caposervizio Innovazione di Fanpage.it.
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