The Last of Us 2 è un viaggio che ti distrugge. Lo fa con il suo racconto dei rapporti tra i personaggi, con il ritmo delle sue azioni e con una narrazione non lineare che sa pugnalarti al cuore nei momenti in cui meno te lo aspetti. Lo fa prendendoti per mano e trascinandoti nell'abisso più oscuro della psiche umana, non lasciandotela mai anche quando tu vorresti divincolarti, dire "ora basta" e fermarti a respirare. È proprio in quel momento che il gioco colpisce senza pietà. Non è sadismo, ma la capacità innata di creare empatia con i giocatori. Un elemento che Naughty Dog ha ormai padroneggiato come nessun altro nel settore.

Ma The Last of Us 2 è importante per tanti altri motivi. Lo è principalmente perché rappresenta un manifesto. Perché per la prima volta un videogioco ha come protagonista un personaggio omosessuale – è la prima volta dalla nascita del medium, siamo nel 2020 – e la tematica LGBTQ, pur non essendo centrale nella storia di questo secondo capitolo, è fortemente presente. Attenzione, non è sbandierata dall'inizio alla fine, ma trattata come dovrebbe essere trattato l'orientamento sessuale di chiunque: Ellie è lesbica, punto. E la sua "fidanzata" è bisessuale. Nulla di strano – o imposto – per elementi che semplicemente convivono all'interno di una storia. Non sono stereotipati né esagerati, ma contribuiscono a dare profondità a un rapporto molto importante e sfaccettato tra i due personaggi.

Ci tengo a sottolineare questo aspetto perché The Last of Us 2 esce proprio durante il mese del pride. Un caso, vista l'uscita rimandata, ma che si inserisce perfettamente nella purtroppo sempre attuale discussione sulla rappresentazione degli omosessuali all'interno dei videogiochi. Un ruolo solo apparentemente sdoganato negli ultimi anni ma che, se si guardano i dati effettivi, riguarda una porzione marginale di personaggi. Si può scegliere di avere relazioni omosessuali in giochi come Mass Effect, oppure si possono avere personaggi secondari gay, ma gli sviluppatori non hanno mai preso una posizione forte mettendoli al centro della storia. E il bacio tra Ellie e Dina mostrato all'E3 di due anni fa è stato il primo bacio gay mai mostrato in una fiera di settore. Era il 2018.

Non parlerò di meccaniche, di scontri e di armi in questo articolo. Non lo farò non perché non siano meritevoli – anzi, hanno raggiunto un equilibrio perfetto con il resto del gioco – ma perché The Last of Us 2 merita di essere trattato per quello che è: un'opera narrativa immensa, un affresco corale sulle relazioni umane che attraverso i suoi paesaggi, i personaggi che li vivono e i dialoghi che li caratterizzano riesce a raccontare delle storie vibranti e reali. Tutto il resto – il gameplay, l'impatto visivo, il sonoro – sono solo elementi eccellenti ma marginali di una narrazione che con salti temporali e di personaggi riesce a raccontare una storia in maniera squisitamente avvincente.

Senza limitarsi a distruggere emotivamente i giocatori, ma anche sapendosi prendere delle pause di respiro. Ci sono dei momenti in cui Ellie si siede e suona la chitarra – ad un certo punto improvvisa anche una Take on me – oppure fuma erba con Dina. Sono piccoli momenti di calma che aiutano a raccontare il legame tra i vari personaggi, con le loro indecisioni e paure, desideri e vergogne. E poi ce ne sono altri, di cui purtroppo non posso scrivere qua, che ti devastano emotivamente per le implicazioni che portano con sé. Il risultato è un racconto rabbioso che sul desiderio di vendetta basa una minuziosa e dettagliata dissezione dei sentimenti umani, talmente profonda che anche tu, giocatore che osservi il tutto dagli spalti, ti ritrovi col cuore a mille a piangere, impotente come la protagonista davanti a un mondo che, semplicemente, è più forte di te. Ed è incredibile (e bello) che sia un videogioco a riuscire a parlarci in questo modo.