Ottocentonovanta dollari per ogni cliente al mese. Facendo i conti, e considerando i 91 milioni di utilizzatori del servizio in tutto il mondo secondo i dati depositati alla Sec, è questa la quotazione di Uber che ha debuttato a Wall Street con una valutazione di 81 miliardi ed un prezzo di collocamento fissato per 45 dollari ad azione.

Numeri, dunque, molto importanti, soprattutto se si pensa che l'IPO di Uber la consacrerà come più grande azienda tech negli Stati Uniti dall'entrata in Borsa di Facebook nel 2012 e la decima più grande in assoluto negli USA. Numeri, però, più cauti rispetto a quelli che hanno accompagnato il debutto in Borsa di Lyft, il gruppo rivale che si è quotato lo scorso 29 marzo raccogliendo 2.4 miliardi di dollari e raggiungendo una valutazione di 24 miliardi, ma con un sell-off del 25% del proprio valore iniziale (che da 72 dollari è passato ai 55 dollari di ieri).

L'IPO di Uber è stata seguita come capofila da Morgan Stanley, lo stesso gruppo bancario che comprende Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch e Barclays, di fatto l'unica banca europea ad agire in qualità di active bookrunner.

Uber in borsa: è l'IPO più importante dell'anno

Nonostante l'entrata in Borsa di Uber rappresenti l'IPO più importante dell'anno per Wall Street, l'azienda di ride sharing finora ha rilasciato pubblicamente solo dati parziali dei suoi risultati finanziari. Negli ultimi anni è cresciuta enormemente, è vero, ma negli ultimi tre anni ha fatturato 23 miliardi di dollari, perdendone oltre 10 miliardi, e non ha alcuna idea di quando inizierà a generare utili.

D'altro canto, Uber non nasconde i grandi rischi dell'investimento in quotazione. “Se non saremo in grado di attrarre o mantenere una massa critica di conducenti, consumatori, ristoranti, spedizionieri e vettori, sia come risultato della concorrenza o altri fattori" – si legge nel prospetto – "la nostra piattaforma diventerà meno attraente per gli utenti e i nostri risultati finanziari potrebbero avere un impatto negativo”.

Ma la startup, fondata nel 2009, è diventato il colosso della mobilità alternativa ed è il principale player a livello internazionale, e la sua presenza in 785 città e 70 nazioni l'ha trasformata nel tempo in un gruppo mondiale con decine di partecipazioni in altre società dello stesso settore presenti in Medio Oriente, Russia ed Asia.

C'è poi da considerare anche un altro fattore importante: la diversificazione. Perché dal 2009 di cose ne sono cambiate tantissime ed Uber è sempre stata sulla cresta dell'onda, diversificandosi logisticamente con un'app dedicata al food delivery (UberEats) che è valutata 20 miliardi di dollari, un'app per la condivisione di bici e scooter elettrici (Jump) ed ha una divisione a lavoro sullo sviluppo di auto a guida anonima, che investe circa 800 milioni di dollari l'anno.

Ed è proprio il settore della guida autonoma che potrebbe far volare in alto Uber perché, se l'azienda arrivasse al traguardo prima degli altri, avrebbe un successo enorme. Ma, anche in questo caso, si tratta di un forte rischio che richiede un investimento annuale non indifferente.

Quale sia il futuro di Uber insomma è ancora una cosa incerta, ed in questi giorni i cronisti finanziari di tutto il mondo ne stanno dicendo di cotte e di crude su cosa potrà significare la quotazione di Uber per gli investitori della prima ora. Probabilmente, però, questo sabato rimarrà impresso nella loro memoria, come un sabato da ricordare positivamente. D'altronde parliamoci chiaro, se tutto andasse come dovrebbe, Jeff Bezos (il fondatore di Amazon e uno degli uomini più ricchi del mondo) che ha investito 3 milioni di dollari nel gruppo, domani mattina potrebbe svegliarsi con un patrimonio di oltre 400 milioni.

I problemi di Uber

Con questo scenario tutto rose e fiori non sono però d'accordo gli autisti di Uber che, assieme a quelli di Lyft, questo mercoledì hanno scioperato per due ore a San Francisco, New York, Chicago e Los Angeles, per lamentarsi delle troppe ore di lavoro a fronte di salari in calo e nessuna malattia riconosciuta.

Un problema che rappresenta solo la punta dell'iceberg delle vicissitudini (negative) che affliggono Uber, che derivano sostanzialmente dal fatto che si tratta di lavoratori indipendenti, e che è appoggiato anche da Bernie Sanders, candidato alla Casa Bianca, convinto che questi "autisti" dovrebbero essere riconosciuti come lavoratori subordinati. Una rivoluzione importante per Uber, assolutamente non compatibile con l'attuale modello di business dell'azienda: “Qualsiasi riclassificazione di questo tipo richiederebbe la modifica radicale del nostro modello di business" – ha dichiarato l'azienda – "e di conseguenza avrebbe un impatto negativo sulla nostra attività e sulla nostra situazione finanziaria”.

Ma quello degli autisti non è l'unico problema per Uber. L'azienda stessa ha ammesso che i tassi di crescita sono rallentati e continueranno a farlo. Ed il motivo principale si nasconde nelle restrizioni in alcuni Paesi come l'Italia, il Giappone, la Spagna, la Germania e Corea del Sud dove si sta addirittura pensando di vietare il ride-sharing negli scali aeroportuali. Il 15% delle corse Uber in tutto il mondo, però, partono o arrivano proprio agli aeroporti.

“Il destino di Uber presto si manifesterà nei mercati finanziari" – si legge ancora nel prospetto –  "Che gli investitori comprino o no dipende da come vedranno il modello di business di Uber. Per essere una società pubblica di successo, Uber deve ridurre i suoi costi e aumentare i ricavi”. Ed è questo il punto: il fattore messo più in discussione per Uber è proprio il suo attuale modello di business.