I “mesi della pandemia” hanno cambiato le nostre abitudini. Le relazioni sociali si sono diradate, la didattica a distanza ha rivoluzionato il mondo della scuola ed è esploso il fenomeno dello smart working, il lavoro “agile” che si fa anche da casa grazie al supporto della rete. I dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano parlano di un passaggio dai 570 mila smart worker del periodo precedente alla pandemia ai ben 6,58 milioni di individui che nel corso del lockdown hanno sperimentato questa “nuova” modalità di lavoro.

Smart working e post-pandemia

Il momento che stiamo vivendo è ancora difficile, ma il tempo e l’arrivo graduale di nuove “soluzioni” ci fanno sperare di avere di fronte a noi un graduale ritorno alla normalità. E come sarà il mondo del lavoro post-Covid19? Gli esperti dicono che difficilmente si tornerà al passato, anzi: ora che abbiamo sperimentato i vantaggi del lavoro “da casa” è molto probabile che ci avvieremo verso una forma ibrida che preveda periodi di lavoro agile alternati a meeting in presenza.

South working: io lavoro dal Sud

Una conseguenza positiva degli ultimi mesi potrebbe essere quella di aver spinto tanti lavoratori a lasciare le metropoli in cui si erano trasferiti per lavoro per rientrare ai paesi d’origine, spesso al Sud Italia. Una scelta resa possibile dalla diffusione di una rete internet veloce, che permette di lavorare come in ufficio, ma dalla propria casa. Lo SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) ha quantificato in 145.000 i lavoratori che hanno sperimentato il cosiddetto “South working”, con conseguenze positive non solo sulla loro qualità della vita, ma anche per il contesto sociale ed economico del Sud, soggetto da anni a spopolamento e conseguente impoverimento. Questo “esodo al contrario” è qualcosa di inedito, e per tanti giovani potrebbe rivelarsi un’occasione da non sprecare. Per questo, alcuni lavoratori rientrati nelle città d’origine si sono uniti in un’associazione senza fini di lucro, South Working – Lavorare dal Sud, che ha lo scopo di promuovere e studiare un modello di lavoro flessibile che permetta di lavorare a distanza da dove si desidera, indipendentemente dai contesti ad alta urbanizzazione storicamente contraddistinti dalla presenza di infrastrutture tecnologiche, col fine di ridurre i divari economici, sociali e territoriali che purtroppo ancora esistono in molte zone d’Italia.

Un’alleanza digitale per connettere tutta l’Italia

Il desiderio di dare a tutti le stesse opportunità connettendo centri italiani grandi e piccoli ha reso South Working il partner ideale di Open Fiber, dal 2016 attiva nella costruzione di una rete di telecomunicazioni a banda ultra larga (BUL) in fibra ottica in tutte le regioni italiane, che consenta l’accesso senza discriminazioni a tutti gli operatori di mercato interessati. South Working e Open Fiber hanno firmato un Memorandum of Understandig (MoU), un’intesa mirata al coordinamento di un programma di azioni per la diffusione della banda ultra larga nel territorio nazionale. Tra gli obiettivi ci sono quelli di diffondere la cultura digitale tra cittadini e amministratori; supportare in ambito pubblico e privato iniziative volte a favorire il lavoro agile, in modo particolare nelle località meno urbanizzate e in quelle montane, e condividere una strategia di mappatura che si traduca in una “bussola” per tutti quei lavoratori intenzionati a operare secondo i principi dello smart working. “Open Fiber punta alla creazione di sinergie con tutte le realtà sociali ed economiche impegnate nel contrasto al digital divide del Paese”, spiega Andrea Falessi, direttore Relazioni esterne di Open Fiber. “Diffondere competenze e consapevolezza digitali fa parte della nostra ragion d’essere e della mission di South Working”. Dello stesso avviso Mario Mirabile, vicepresidente dell’associazione: “Il futuro del lavoro passa da sostenibilità e banda ultra-larga, in un’ottica di sempre maggiore accessibilità, per una concreta azione sui territori e per le comunità locali”.

La bellezza di tornare a casa

“Lavoravo a Roma da dodici anni, ma la pandemia ha cambiato tutto”, racconta Angela Delugan, Network Engineering di Open Fiber, che è tornata a vivere a Caserta, sua città d’origine. “L’azienda mi ha messo in condizione di lavorare come se fossi in ufficio, la mia produttività è migliorata perché non perdo più tre ore nel traffico e quel tempo lo posso impiegare per me, per studiare, fare attività fisica, stare con la mia famiglia”. E per il futuro si intravede la possibilità di restare a fare base al Sud, muovendosi verso le grandi città solo per meeting periodici o necessità particolari. Racconta una storia positiva anche Gaetano Basile, architetto siciliano rientrato nella sua città, Terrasini, in provincia di Palermo. Qui ora lavora vicino alle persone con cui è cresciuto e può godere della bellezza della sua terra. “Penso che il lavoro agile possa rivelarsi un valido strumento per ridurre il divario economico, sociale e territoriale nel Paese e migliorare la qualità della vita di milioni di persone”, afferma.

Lavoro e luoghi del cuore

Anche Claudia Di Bari oggi lavora dividendosi tra Roma e Manfredonia ed è felice di aver ritrovato la bellezza della sua terra e gli affetti. Ma lo smart working non comporta anche qualche difficoltà? “Sì”, risponde Claudia. “La netta separazione tra vita lavorativa e vita privata viene meno e questo alla lunga può essere un problema. Fortunatamente in molte città è possibile usufruire di spazi di coworking che sono risolutivi in questo senso”. La tecnologia è il pilastro del lavoro da remoto ed è per questo che è bene che l’Italia intera, e il Sud in particolare, intensifichino la spinta alla digitalizzazione. “Sarebbe ottimale”, conclude Claudia, “non dover più scegliere tra lavoro e famiglia. Il South Working rappresenta la giusta soluzione per perseguire i propri obiettivi professionali senza rinunciare a vivere nei propri luoghi del cuore”.