Facebook non sa più dove andare perché in ogni direzione c'è un problema. È come un campo minato dal quale non esiste via di uscita e, per forza di cose, qualche ordigno deve saltare. E i problemi sono come idre: ne tagli uno e ne ricrescono tre. Ti scusi per uno scivolone su un sondaggio infelice e la tua barra di ricerca suggerisce porno agli utenti. Metti in campo strumenti per tamponare il dilagare di fake news e le indiscrezioni parlano di interferenza russa nelle elezioni italiane. Non c'è via di scampo dalla situazione nella quale si trova oggi Facebook. Per capirlo basta guardare le ultime notizie:

  • Facebook, Instagram e WhatsApp sono stati oscurati temporaneamente in Sri Lanka dopo che alcuni messaggi pubblicati dagli utenti incitavano la violenza contro la minoranza musulmana del paese;
  • Gli investigatori delle Nazioni Unite hanno accusato Facebook per la diffusione di discorsi d'odio contro la minoranza Rohingya in Birmania;
  • La barra di ricerca di Facebook ha mostrato suggerimenti legati a pratiche sessuali;
  • Salvini ha ringraziato Facebook per la sua vittoria, mentre alcuni rapporti hanno indicato che alcuni media legati al governo russo avrebbero utilizzato la piattaforma per promuovere storie relative alla crisi dei migranti;
  • Facebook ha bannato il gruppo di estrema destra Britain First, con più di 2 milioni di fan, per incitamento alla violenza contro le minoranze;
  • Facebook è stato coinvolto dallo scandalo di Cambridge Analytica, che ha sfruttato impropriamente i dati di 50 milioni di utenti durante la campagna elettorale di Trump;
  • Il responsabile della sicurezza di Facebook ha annunciato di voler abbandonare l'azienda dopo aver discusso animatamente con gli altri manager sostenendo di dover investigare più a fondo l'attività russa sulla piattaforma.

E questo solo a marzo. Lo scandalo di Cambridge Analytica è solo l'ultimo, enorme problema a colpire una piattaforma che ormai non sa più come muoversi. D'altronde Facebook è un colosso di dimensioni mai viste: con oltre 2 miliardi di persone attive sul social network, Zuckerberg è al timone di una corazzata che inevitabilmente quando si muove fa danni. Per lo meno con le modalità di gestione attuali, di fatto in mano totalmente a Zuckerberg. A differenza di altre realtà, il giovane imprenditore è stato infatti bene attento a mantenere saldamente nelle sue mani il controllo del potere decisionale di Meno Park, che fa capo solo ed esclusivamente a lui.

Come? Grazie alle azioni. Zuckerberg, nelle sue pratiche di compravendita delle azioni, è sempre stato chirurgico nel mantenere saldamente il controllo delle azioni di tipo B, cioè quelle che hanno il maggiore potere di voto (ognuna di esse garantisce 10 voti): Zuckerberg ha il 73 percento di queste azioni, possedute praticamente solo dai fondatori dell'azienda. Le azioni di tipo A (1 voto ciascuna) sono invece quelle che vengono vendute o trasformate in azioni di tipo B. È una pratica che di fatto mette nelle mani di Zuckerberg il destino di 2 miliardi di persone dentro e anche fuori dal social network, come ormai hanno dimostrato le ultime notizie.

La questione è semplice: Zuckerberg non sembra avere la minima idea di come gestire questo potere. Il problema del caso Cambridge Analytica non è l'ipotetica – e probabilmente minima – influenza sulle elezioni americane ed estere, ma il metodo con il quale i dati degli utenti sono stati raccolti. Ma non solo, perché a stupire sono anche le modalità con le quali il social si è assicurato (male) che i dati fossero stati cancellati. La storia ormai è nota: il ricercatore Aleksandr Kogan ha utilizzato un'applicazione di quiz per ottenere i dati degli utenti, rivendendo poi questi dati a Cambridge Analytica. Si parla di profilo psicologico degli utenti e informazioni contenute nei profili Facebook. Una volta scoperto, Facebook ha chiesto all'azienda di eliminare quei dati. "È la cosa che mi ha stupito di più" ha raccontato Christopher Wylie, al tempo dipendente della Cambridge Analytica. "Hanno aspettato due anni e poi non hanno fatto nulla per assicurarsi che i dati fossero stati davvero eliminati. Mi hanno chiesto solo di compilare un form e rimandarglielo". E infatti i dati erano ancora salvati nei server dell'azienda.

L'insieme degli "incidenti" che stanno colpendo Facebook crea una situazione che rende chiaro il fatto che le crisi di Facebook si stiano generando così velocemente che chi le dovrebbe risolvere non riesce a stare al passo con loro. La comunicazione di Facebook, poi, di certo non aiuta a rendere la situazione più cristallina. La risposta iniziale allo scandalo Cambridge Analytica non è stata quella solita di scuse, ma l'azienda si è subito messa sulla difensiva spiegando di aver risolto la problematica un anno fa. Nel frattempo però, l'ex dipendente Wylie ha gettato ulteriori ombre sull'operato di Facebook, tanto da spingere legislatori e regolatori in vari paesi del mondo a promettere investigazioni sull'azienda.

La verità è che nel mare di problemi di Facebook, quello di Cambridge Analytica è uno scandalo totalmente differente e potenzialmente disastroso. Non solo per i crolli in borsa, ma per la sua capacità di svelare fino a che punto la piattaforma può penetrare nelle vite delle persone, arrivando a consentire ad un semplice quiz di raccogliere i dati di centinaia di migliaia di utenti. E in questo campo minato Facebook sembra stare facendo di tutto per pestare quante più mine possibile. Per esempio inviando un team forense negli uffici di Cambridge Analytica per indagare sulle pratiche dell'azienda, una decisione che l'Information Commissioner's Office inglese non ha di certo gradito, arrivando a cacciare i dipendenti Facebook dagli uffici, accusandoli di aver inquinato le prove. Un'altra mina esplosa, perché ora in molti sostengono che Facebook fosse lì per trovare eventuali prove incriminanti: cosa sarebbe successo se gli esperti del social network avessero trovato elementi in grado di incriminare in qualche modo le pratiche di Facebook?

Un caos totale, nel quale però risuona un silenzio assordante. Quello di Mark Zuckerberg, che non ha pubblicato nemmeno una riga sui suoi profili social o nei comunicati stampa. Da 18 giorni. Ma anche quello di Sheryl Sandberg, Chief Operatin Officer di Facebook. Nessuna delle teste del social, a giorni di distanza dall'inizio dello scandalo, ha detto una parola a nessuno. In passato il social è sempre stato veloce nelle scuse. O nelle accuse. Ora, invece, ha scelto il silenzio. Proprio quando però avrebbe dovuto chiarire una volta per tutte le sue ragioni. Invece di calpestare un'altra mina.