La riforma europea del copyright è stata approvata. Con 348 voti a favore e 274 contrari, il Parlamento Europeo ha dato il suo benestare a una norma giunta a votazione al termine di un percorso tortuoso e non privo di critiche arrivate da più fronti. Il testo sarà pubblicato a breve sulla Gazzetta ufficiale, dopodiché dovrà essere recepito dai Paesi membri entro due anni. Ma cosa comporterà la sua approvazione gli utenti della Rete e per le aziende che online ci lavorano?

L'articolo 15 e la circolazione delle notizie

L'articolo 15 (nella versione iniziale del testo era l'articolo 11, relativo alla cosiddetta link tax) prevede che qualunque piattaforma utilizzi estratti provenienti da notizie pubblicate da siti altrui lo faccia dietro un accordo economico con gli editori. La norma è pensata per fare in modo che Facebook, Google News e altri aggregatori di notizie corrispondano ai siti un compenso per i contenuti che questi ultimi producono, ma il rischio è che le realtà coinvolte dalla riforma si rifiutino di aderire a un modello del genere; in questo caso la circolazione delle notizie su queste piattaforme risulterebbe seriamente compromessa, gli utenti della Rete per informarsi dovrebbero recarsi direttamente sulle pagine web dei giornali e il traffico verso i siti che la norma si proponeva di tutelare potrebbe calare.

L'articolo 17 e la diffusione dei contenuti online

Secondo l'articolo 17 (inizialmente era l'articolo 13) la responsabilità dell'eventuale violazione di un copyright su un sito web non ricadrà più sull'utente che ha caricato il contenuto, ma sul proprietario del sito. Anche in questo caso la norma è pensata per tutelare i detentori dei diritti colpendo le grandi aziende del web che dalla pubblicità correlata a questi contenuti caricati senza permesso possono guadagnare molto, ma rischia di avere effetti collaterali imprevedibili. L'unica soluzione praticabile per evitare di incorrere in sanzioni è infatti quella di una censura preventiva, ovvero un filtro composto da algoritmi e revisori umani che in caso di violazioni blocchi i contenuti caricati dagli utenti ancora prima della messa online. Per mettere in piedi un processo simile come immaginato dalla normativa occorrerebbe renderlo talmente stringente da impedire anche il caricamento di contenuti legittimi ma semplicemente sospetti. Inoltre si tratta di una soluzione molto costosa, che l'articolo 17 evita di imporre solo a una ristretta cerchia di tipologie di contenuti (come gif e meme) e di realtà online, ovvero enciclopedie senza scopo di lucro, piattaforme software open source e startup con meno di tre anni di vita, cinque milioni di accessi unici al mese e 10 milioni di euro di fatturato annuo; tutte le aziende che non rispondono a questi criteri dovranno però implementarla a proprie spese.

Anche per questo motivo Wikipedia (che in quanto enciclopedia online senza scopo di lucro risultava tra le poche realtà esentate dal rispetto della normativa) ha tentato di far valere le ragioni del no all'approvazione della direttiva. Schierate con l'enciclopedia libera non c'erano soltanto le multinazionali direttamente coinvolte come Google e Facebook, ma anche l'inventore di Internet Tim Berners-Lee, organizzazioni non governative come Reporter senza frontiere e Human Rights Watch e un movimento di attivisti online che ha coinvolto più di 5 milioni di firmatari su Change.org.