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Opinioni

Le nuove sfide dell’Alphabet di Pitchai dopo il passo indietro di Brin e Page

Le sfide per Alphabet e per il suo nuovo CEO sono solo agli inizi e probabilmente avrebbero richiesto alcuni importanti chiarimenti dell’organigramma dirigenziale. Ma i rapporti con la Cina e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sono solo la punta dell’iceberg che Sundar Pichai si troverà a dover gestire.
A cura di Dario Caliendo
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È ufficialmente finita un'era per Google. Ed è finita in uno dei periodi più controversi per l'azienda, in cui i dibattiti dovuti ad un crescente disordine tra i suoi dipendenti e una serie di indagini dell'antitrust l'hanno resa protagoniste delle prime pagine dei giornali specializzati di tutto il mondo. Larry Page e Sergey Brin hanno abbandonato la nave Alphabet, lasciandola nelle sapienti mani di Sundar Pichai, l'attuale CEO di Google che manterrà il suo ruolo e subentrerà inoltre come CEO di Alphabet. È una notizia importante, il cui rilievo ha forse più un carattere romantico che operativo per la holding dei due statunitensi, della quale i fondatori di Google continueranno ad essere dipendenti e a far parte del consiglio di amministrazione. Qui, insieme, controlleranno il 51,3 percento del potere di voto: in poche parole, continueranno a comandare (anzi, ad avere l'ultima parola) loro.

Da un garage all'essere tra gli uomini più ricchi del mondo

"Se oggi, nel 2019, la nostra azienda fosse una persona, sarebbe un giovane adulto di 21 anni e sarebbe arrivato il momento di lasciarlo andare" – hanno spiegato Brin e Page in una lettera aperta pubblicata sul blog di Google – "È stato un vero privilegio essere profondamente coinvolti nella gestione quotidiana dell'azienda per così tanto tempo, ma crediamo sia giunto il momento di assumere il ruolo di genitori orgogliosi: cioè offrire consigli e amore, ma non fastidi quotidiani".

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È con questo concetto, in sostanza, che i due lasciano formalmente Alphabet e (indirettamente) anche Google, dopo aver fondato l'azienda nel 1998 mentre erano entrambi studenti presso la Stanford University, in un periodo della loro vita nel quale, tra le altre cose, non si andavano molto a genio: "Pensavo fosse una persona odiosa" – ha detto Page in un'intervista – "Aveva opinioni molto forti sulle cose", "Ci siamo subito trovati entrambi antipatici", ribatté Brin.

Sarà, ma la strana coppia è riuscita a completarsi a vicenda e a trasformare una stratup di motori di ricerca in un vero e proprio gigante della Silicon Valley, cresciuto con l'ambizione di trasformare il mondo attraverso la tecnologia e una cultura di base straordinariamente aperta. Nei suoi primi tre anni di vita, Google crebbe così tanto da "costringere" i due fondatori a lasciare leggermente le redini per fare posto ad Eric Schmidt, che nel 2001 divenne il primo CEO di Google anche grazie alla spinta (e alla volontà) di alcuni degli investitori più importanti.

Un decennio dopo Page decise di riprendere il comando, diventando più coinvolto nella gestione quotidiana dell'azienda rispetto a Brin, ma fu un'avventura durata poco e conclusasi nel 2015, dopo la ristrutturazione dell'azienda che diede vita ad Alphabet.

Perché no, Page e Brin non hanno lasciato Google questo martedì, ma l'hanno fatto formalmente quattro anni fa per guidare Alphabet, la holding nata nel 2015 con la quale vennero separate le principali attività pubblicitarie e non di Google, assieme ai progetti di ricerca più ambiziosi e ad una serie di acquisizioni portate avanti negli anni. Una struttura manageriale completamente differente per gli standard della Silicon Valley, che creò un contesto tutto nuovo per quei tempi e che vide l'arrivo di Sundar Pichai, uno dei dirigenti "storici" di Google (assunto nel 2004 come ingegnere per la barra di ricerca), che divenne il CEO del colosso di Mountain View.

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E Page e Brin? Nel frattempo i due fondatori di Google sono diventati il nono e l'undicesimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes (con un valore pro capite di oltre 50 miliardi di dollari) e sono usciti dai riflettori dedicandosi a progetti più sperimentali ed evitando addirittura di partecipare alle assemblee annuali degli azionisti di Google.

"Con Alphabet, Google e Other Bets – una divisione dell'azienda dedicata alle sperimentazioni – ben avviate, è giunto il tempo di semplificare la nostra struttura manageriale" hanno scritto i due nella nota. "Non siamo mai stati attaccati ai ruoli manageriali e pensiamo ci sia un modo migliore per operare l'azienda. Alphabet e Google non necessitano più due CEO e un presidente. Sundar sarà il CEO di Google e Alphabet"

Le nuove sfide dell'Alphabet di Pichai

Che l'arrivo di Pichai come CEO di Google abbia portato una ventata d'aria nuova nell'azienda e, di fatto, abbia dato il via ad un periodo estremamente positivo per Google, sia per quanto riguarda la produzione di nuovi prodotti, sia per quanto riguarda l'aumento dei ricavi, è un dato di fatto. E seppure con un timido +5,36% in attesa dell'apertura di oggi, la novità è stata ben accolta anche da Wall Street. Ma Pichai prende le redini di Alphabet in un periodo molto dedicato sia per l'azienda che per tutta la holding.

Google Alphabet borsa addio Brin page

Le sfide per Alphabet e per il suo nuovo plenipotenziario CEO sono solo agli inizi e probabilmente avrebbero richiesto alcuni importanti chiarimenti dell'organigramma dirigenziale. Un organigramma che negli ultimi anni è sembrato sempre più confuso proprio per i ruoli poco formalmente definiti dei suoi fondatori che, assieme ad alcuni forti interrogativi di business, mette Pichai in un ruolo fondamentale e molto difficile.

"Sono entusiasta del focus di Alphabet sulle grandi sfide che possono essere affrontate con la tecnologia", ha dichiarato il nuovo CEO di Alphabet in un comunicato stampa, ma questo (giustificato) entusiasmo verrà presto messo alla prova perché, seppur ancora dominante nel settore della pubblicità online, la holding ha avuto non pochi problemi nello sviluppare appieno tutti i suoi progetti.

Alphabet
La struttura di Alphabet

Avventure tecnologiche che, ricordiamolo, dovranno sempre essere approvate da Brin e Page, ma che con l'arrivo dell'indiano classe '74, potrebbero diventare forse più concrete. Ed oltre che a dover gestire le accuse arrivate in merito a molestie sessuali in azienda e al difficile rapporto con l'esercito che hanno colpito Google negli ultimi mesi, Pichai si troverà a dover gestire e far fruttare, con una presenza ancora più rilevante, alcune delle acquisizioni più importanti fatte da Alphabet tra cui spicca senza ombra di dubbio quella di Fitbit per 2.1 miliardi di dollari. E il connubio tra la recente acquisizione e la guida di Pichai, non lascia che immaginare che (relativamente presto) l'apprezzata famiglia dei Pixel potrebbe ingrandirsi con l'arrivo di nuovi dispositivi indossabili.

Ed anche se l'arrivo di un Pixel Watch potrebbe essere una bella novità per Google, che da sempre tenta di guadagnarsi un ruolo dominante nel mercato degli Smartwatch (uno dei pochi in forte crescita negli ultimi anni), l'indossabile Made by Google non sarebbe altro che un granello di sabbia nel "Sahara" di progetti di Alphabet che il nuovo CEO dovrà gestire.

Google e la Cina

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Quella di Google e la Cina è una storia molto complicata. E lo è sempre stata a causa (o a merito) di Brin. Il colosso di Mountain View è entrato in Cina nel 2006, per poi uscirne con una grande fanfara dopo qualche anno, in segno di protesta contro le pesanti politiche di censura di Pechino. E quando giusto un anno fa, The Intercept portò alla luce il progetto di Google per lo sviluppo di un motore di ricerca specificatamente progettato per la Cina (e quindi censurato), molti dei suoi dipendenti si sono ribellati e l'azienda ha dovuto fare marcia indietro.

Ma il punto è questo, e gira tutto attorno alle origini di Brin, immigrato dalla Russia sovietica da bambino e (anche per questo) un forte critico della censura cinese. Basta poco a comprendere che finché Brin sarebbe stato un volto pubblico dell'azienda, Google non avrebbe potuto fare affari con la Cina senza ledere la sua credibilità. Ma con Brin fuori dai giochi gli equilibri cambiano, e mentre gli azionisti spingono Google a continuare a generare una forte crescita dei ricavi, Pichai dovrà gestire una decisione difficile e (forse) rimodulare il rapporto tra Mountain View e Pechino.

I rapporti con l'esercito americano

Qualora Pitchai decidesse di cambiare strategia per quanto riguarda i rapporti con la Cina, Alphabet e Google si troverebbero travolte da una serie di squilibri anche in territorio statunitense: uno su tutti il rapporto che il colosso di Mountain View ha con l'esercito americano. Il rifiuto dell'azienda di collaborare con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America per lo sviluppo e la produzione di tecnologia "offensiva" (ma non per l'implementazione dell'intelligenza artificiale per i sistemi di riconoscimento biometrico) ha reso l'azienda molto vulnerabile alle accuse di "non patriottismo".

E bene, se Google dovesse mai decidere di entrare nel mercato cinese, questa sua "obiezione di coscienza" nei confronti delle forze armate statunitensi potrebbe diventare ancora più problematica. Insomma, è la tipica medaglia con due facce che, lanciata, difficilmente cadrà in equilibrio verticale.

La famosa mancanza di trasparenza di Google potrebbe avere le ore contate?

Mentre sin dalla sua promozione a CEO di Google, Sundar Pichai ha cercato continuamente modi per distinguersi dai suoi predecessori in modo da ottenere il favore di Wall Street e degli investitori, con l'arrivo in Alphabet il nuovo CEO si troverà a dover gestire anche un retaggio dell'era Page-Brin molto particolare, che riguarda la mancanza di trasparenza dell'azienda sulle sue varie attività.

Un esempio lampante di questo concetto, è il vero di mistero che copre i dati finanziari relativi a YouTube e Google Cloud, due settori decisamente in crescita e molto remunerativi per Alphabet, dei quali gli investitori apprezzerebbero profondamente conoscere più dettagli numerici.

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