Esattamente 10 anni fa, poco prima di pranzo, un giovane ingegnere informatico si è trovato davanti ad un computer. Doveva scrivere un messaggio e aveva solo 140 caratteri per farlo. Per l'occasione andavano più che bene: "Just setting up my twttr" scrisse Jack Dorsey su quello che da lì a poco sarebbe diventato Twitter. Sono passati 10 anni da quel momento, un tempo non indifferente nel mondo del web; non perché Twitter esiste tuttora – d'altronde diversi portali e servizi hanno raggiunto e superato, o addirittura doppiato, il decennio di attività – ma perché risulta essere ancora rilevante nel nostro mondo. Che, sotto certi aspetti, si può dire sia stato cambiato dal social network dei cinguettii. Ora, però, proprio per la creatura di Dorsey è arrivato il momento di cambiare se stessa.

I 10 anni hanno sempre indicato una sorta di soglia del cambiamento per i servizi online. Anche lo stesso Facebook, raggiunto il decennio di anzianità, ha dovuto adattarsi al nuovo pubblico e alle nuove piattaforme per poter restare rilevante nel panorama online. Nonostante la sua forza e nonostante venga utilizzato da miliardi di persone ogni mese. Per Twitter la situazione è ancora più complessa, perché se è vero che Facebook aveva già trovato una sua identità, il social network dei cinguettii ha sempre faticato ad individuare il suo vero obiettivo, con il risultato di diventare una piattaforma amorfa e in continuo cambiamento.

Una situazione che ha inevitabilmente portato ad un tracollo del suo successo, dovuto anche ad un'incapacità di rendere davvero monetizzabile la piattaforma e di aumentare la sua base di utenti. Non è difficile immaginare che i festeggiamenti per questo primo decennio avranno un retrogusto amaro nella sede dell'azienda. Il punto è che Twitter, com'è ora, fa paura. Crea dipendenza, è "addictive", ma genera anche ansia e stress. Per gli utenti con pochi follower sembra di urlare al vento, mentre chi riesce a costruirsi un seguito si trova spesso a dover gestire critiche e polemiche. Il problema della mancanza di un vero obiettivo per Twitter è più grave di quanto possa sembrare: vuole essere una piattaforma seria o divertente? Utile o legata allo svago? La mancanza di una risposta a queste domande ha generato un clima di incertezza che ancora oggi non fa altro che aumentare nonostante Twitter, sebbene in forma minore rispetto a Facebook, faccia parte della quotidianità di milioni di persone.

Un risultato che, però, probabilmente è dovuto alle rimembranze della sua epoca d'oro: Twitter è bello perché un tempo metteva in contatto persone famose con gli utenti, autori con lettori e generava giochi basati sull'utilizzo degli hashtag. Twitter è bello perché un tempo era bello, ma ora è solo autogestione. La crescita dei numeri ha portato ad un inevitabile taglio netto del rapporto con le personalità importanti, che ora contano su un seguito da diverse decine di milioni: impossibile da gestire in maniera diretta. Così la piattaforma è man mano mutata in una creatura dalle mille personalità, dove tutte hanno apparentemente pari rilevanza. Ora Twitter è un calderone di critiche, polemiche e brand che saltano sul carro di ogni hashtag di successo. Ma anche di bullismo e abusi, problema che si è fatto sempre più grave tra i cinguettii – con esempi anche italiani, come le sfuriate di Gasparri – e che il social deve risolvere nel breve termine. Lo stesso Dick Costolo, ex CEO dell'azienda, aveva ammesso il fatto che Twitter non sapesse gestire gli abusi e le violenze online.

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Il problema è che non c'è mai stata una linea dura nei confronti di questa problematica. Twitter è autentico, libero e pubblico, tutti termini fantastici che però devono scontrarsi con la realtà: anche i troll si sentono liberi di fare bullismo. Così come gli utenti si sentono liberi di scrivere ciò che vogliono. Come Justine Sacco, una PR che nel 2013, prima di salire su un aereo, ha twittato ai suoi 170 follower: "Sto andando in Africa. Spero di non prendere l'AIDS. Scherzo, sono bianca". Arrivata a Cape Town, la donna ha scoperto di essere stata licenziata dal suo datore di lavoro e di aver ricevuto migliaia di minacce di morte e stupro. Al di là del licenziamento, la storia di Justine rivela due elementi importanti: la leggerezza, condivisa con molti altri utenti, con la quale la donna ha pubblicato una frase razzista e l'enorme gogna che ne è conseguita.

E di esempi del genere il social network ne è ormai pieno: artisti che fanno polemica tra loro, abusi e attacchi di massa contro messaggi e persone. Ma Twitter è bello perché prima si potevano avere conversazioni pacate, perché è stato lo strumento utilizzato per ribaltare governi totalitari. Il problema è che non è vero. Il concetto di "rivoluzioni social" portato avanti durante le rivolte della Moldavia, dell'Iran e della Primavera Araba è un meraviglioso dipinto della società occidentale sommersa da innumerevoli editoriali su quanto i social fossero diventati una sorta di spauracchio per le dittature. La realtà, però, è ben diversa: Twitter è stato utilizzato, questo sì, sia dai rivoltosi che da account satirici, tanto da costringere le autorità a censurare il web per bloccare la coordinazione, ma vedere Twitter come lo strumento che ha permesso di mettere in atto una rivoluzione è estremamente irreale. Anzi, c'è chi critica queste rivoluzioni 2.0 proprio per la loro flebile resistenza: il network di persone che "partecipano" idealmente è nettamente superiore e tocca anche utenti al di fuori della nazione coinvolta, ma i legami che si creano sono deboli. È più semplice "partecipare" alle rivoluzioni, ma è più difficile far passare un messaggio unico. Così, a cinque anni dalla Primavera Araba, l'Egitto è governato dal capo dell'esercito e difficilmente un hashtag salverà la Siria. Sembra eccessivo, quindi, definire Twitter uno strumento per scuotere le fondamenta della società.

Anche e soprattuto perché proprio la difficile gestione dei messaggi veicolati attraverso il social network ha portato ad una preoccupante seconda faccia della stessa medaglia: quella composta dalla propaganda dei gruppi terroristici che proprio nell'autogestione e anarchia che ormai governa Twitter ha trovato un nuovo strumento con il quale rendere virale il suo messaggio. Un elemento sottolineato da fatto che l'amministrazione ha già chiuso circa 125 mila account legati agli jihadisti che pubblicavano propaganda e reclutavano combattenti sfruttando i cinguettii.

La vera rivoluzione di Twitter, quella che ha modificato davvero il mondo, è da ricercare altrove. Laddove Facebook ha creato una forte connessione tra le persone, Twitter ha generato un inedito rapporto tra utenti e notizie, siano esse di cronaca, di politica o relative al mondo dello spettacolo. Nel 2016 è più probabile che una "breaking news" diventi virale su Twitter prima ancora di essere ripresa dai giornali; sono gli stessi giornalisti a narrare dal vivo i fatti, così come i testimoni oculari hanno ora l'opportunità di avere un pubblico tutto loro, con la possibilità di inviare testi, immagini e video in tempo reale. Il commento dei programmi TV è diventato un strumento fondamentale per mettere in contatto le persone con passioni simili e, soprattutto, un veicolo estremamente importante per le aziende con il quale presentare agli utenti i prodotti in contesti più "intimi". Nonostante questo, però, la piattaforma continua a non trovare una vera e propria forma di monetizzazione, così come lascia trasparire grosse difficoltà nel trovare una sua strada da seguire davvero.

Ci ha provato con l'applicazione per le dirette video Periscope, con i video di Vine, con la modifica dell'algoritmo e con un focus sempre più marcato verso gli eventi in diretta, sia programmi TV che eventi sportivi, vero cavallo di battaglia di quest'anno anche in Italia. Ma per quanto la piattaforma potrà andare avanti "a progetto"? Quando deciderà di cambiare seriamente, contrastando l'idea che Twitter sia solo uno strumento per i cosiddetti "power users", cioè gli account con molti seguaci, mentre agli altri non resta che urlare al vento? Quando sceglierà di effettuare cambiamenti davvero rilevanti e non controproducenti come la rimozione del limite dei 140 caratteri (già smentita da Dorsey, ma che sicuramente è stata nei piani dell'azienda)? 10 anni sono tanti e hanno sottolineato la capacità di Twitter di restare a galla nonostante le innumerevoli difficoltà che ha affrontato. Ma ora è giunto il momento di smettere di cercare di cambiare il mondo e trovare un modo per cambiare se stesso.