Dopo le restrizioni degli Stati Uniti e l'abbandono da parte di alcune delle aziende più importanti per la produzione degli smartphone Huawei, per l'azienda cinese si sta delineando un immediato futuro al limite del catastrofico. Una situazione esplosa all'improvviso dopo poco più di un anno di preoccupazioni da parte degli USA, che nel corso di pochi giorni si sono concretizzate in blocchi e clamorosi abbandoni. Una serie di azioni nate da quella del Presidente Trump che ha inserito Huawei nella lista nera del commercio, indicandola come azienda potenzialmente pericolosa per il paese. Il motivo, però, resta un mistero: trattandosi di sicurezza nazionale, le reali motivazioni sono segrete. Ma Huawei rappresenta davvero una minaccia per la sicurezza?

Huawei vs USA, uno scontro per il 5G

Per capirlo bisogna prima comprendere che alla base di tutte le frizioni tra Trump e Huawei non ci sono gli smartphone, ma le infrastrutture di rete, il business con cui Huawei ha raggiunto tutto il mondo ben prima che il brand diventasse mainstream con i suoi telefoni. Un segmento che per l'azienda cinese è fondamentale e che l'ha resa una delle realtà più grandi al mondo, insieme a Ericsson e Qualcomm. Ora, all'alba del 2019 si è presentato quello che per gli Stati Uniti rappresenta un grosso problema: il mondo sta per essere colpito dalla rivoluzione del 5G, che ovviamente richiede nuove infrastrutture e investimenti. E in questo Huawei è tra le aziende più avanzate nello sviluppo. Ma è cinese, mentre la concorrenza è europea e statunitense. Così si è creata una diatriba che, di fatto, ha come epicentro i miliardi in ballo per il 5G.

Huawei e le infrastrutture di rete

Da qui nasce l'altro elemento che Trump ha utilizzato per escludere Huawei da questa gara: la sicurezza nazionale. Secondo l'amministrazione statunitense, l'azienda fornirebbe un mezzo di spionaggio al governo cinese attraverso la sua infrastruttura – banalmente, le antenne che anche in Italia sono diffusissime su tutto il territorio – e i suoi dispositivi, smartphone compresi. Qui però si apre un grande punto che gli USA continuano ad ignorare: nessuno ha mai dimostrato che nelle apparecchiature Huawei sono presenti backdoor, cioè "porte di ingresso" nascoste che la Cina potrebbe utilizzare per spiare i dati in transito. Ora, posto che analizzare chip con milioni di transistor e software con milioni di linee di codice non è un'operazione così semplice come può sembrare, il fatto che nessuno abbia mai dimostrato l'esistenza di qualcosa di strano è, appunto, un fatto.

Detto questo, Huawei ha però un altro problema: nonostante le molte dichiarazioni del suo fondatore e dei principali manager sul fatto che il governo cinese non sia legato in nessun modo all'azienda, sui processi produttivi di Huawei resta comunque un certo velo di mistero. Ma d'altronde come in ogni azienda del mondo. Il fianco scoperto da parte di Huawei è dovuto al fatto che, pur non essendo individuata nessuna backdoor nei suoi dispositivi, di fatto l'azienda è in grado di inviare aggiornamenti alla sua infrastruttura in maniera simile a quanto succede con aziende come Apple, che rilascia aggiornamenti dei sistemi operativi dei suoi prodotti da remoto. Ecco, qualcuno ha ipotizzato che il governo cinese potrebbe utilizzare questo canale per inserire malware nell'infrastruttura, con l'aiuto o meno di Huawei. Ma lo stesso potrebbe fare, appunto, Apple: il sistema è lo stesso e non si tratta di vulnerabilità.

Ren Zhengfei: il fondatore di Huawei e il governo

Per comprendere gli eventuali rapporti tra Huawei e il governo, però, è utile anche capire la storia del suo fondatore e della stessa società. Come avevamo spiegato in un articolo più approfondito, Huawei non è un'azienda pubblica ma privata, le cui azioni sono in mano ad una sorta di sindacato di dipendenti. Solo l'1 percento appartiene al fondatore, Ren Zhengfei. A differenza di aziende controllate dal governo, come China Mobile e China Railway Corporation, Huawei è nata come azienda privata in maniera simile ad Alibaba e Tencent grazie alla riforma economica cinese degli anni '80. Anche il suo fondatore, Ren, non ha particolari legami con il governo. Se è vero che ha servito nell'Esercito Popolare di Liberazione, lo è anche il fatto che in Cina molti appartenenti alla fascia povera della popolazione – come lo era Ren – si arruolavano per necessità. Peraltro il fondatore ha servito per poco tempo e non in posizioni di importanza. Nella storia dell'azienda e delle sue figure di spicco, quindi, il governo cinese non avrebbe un ruolo apparente.

Gli USA hanno preso di mira gli smartphone e non le infrastrutture

Per questo ciò che ha colpito Huawei nel corso degli ultimi giorni non ha molto senso e sembra più un problema di commercio piuttosto che di sicurezza. Anche perché le restrizioni stanno portando a pesanti ripercussioni sul business dei telefoni e non su quello delle antenne, con regole che riguardano ciò che le aziende americane possono vendere e non ciò che possono comprare. È una differenza importante se alla base di tutto si trova un discorso di sicurezza e di ingresso di infrastrutture considerate a rischio negli USA. Ma negli Stati Uniti i telefoni Huawei non vengono venduti se non in quantità irrisorie attraverso operatori piccoli e senza contratto, una formula che gli utenti americani trovano poco appetibile. Insomma, i prodotti colpiti dal bando non sarebbero mai arrivati negli USA.

Trump potrebbe colpire altre aziende

Quindi Trump cosa vuole colpire? Se non è realmente una questione di sicurezza nazionale, l'obiettivo potrebbe essere il comportamento predatorio delle aziende cinesi in ogni segmento di mercato. Un atteggiamento che le espone agli attacchi in merito alla sicurezza nazionale – anche in casi borderline come, per esempio, quello dei droni di DJI – e che potrebbe rendere ancora più generalizzata questa contromossa degli USA. D'altronde gli stessi componenti che arrivano a Huawei vengono forniti anche ad altre aziende cinesi: il vetro di Corning viene usato da Xiaomi e Oppo, i processori Intel muovono anche i portatili di Lenovo e così via. Ora la domanda è: quante pressioni è disposto a fare Trump? E come risponderà la Cina?