Tutto quello che conoscete del caso che ha visto come protagonista Huawei negli ultimi giorni, è solo la punta dell'iceberg di una situazione ben più complessa. Una situazione che potrebbe fare più male agli Stati Uniti che alla Cina, e che potrebbe avvantaggiare una delle zone più in crescita degli ultimi anni: l'India.

Ma per capire, bene, cosa sta succedendo e quali saranno le ripercussioni del ban, deciso da Trump, che ha coinvolto Huawei, e necessario tornare indietro nel tempo e cercare di valutare i fatti con un quadro ben più ampio perché, certo, l'impossibilità di utilizzare Android, i chip prodotti da alcune aziende statunitensi e le licenze ARM nei i prossimi smartphone di Huawei è una bella gatta da pelare per il colosso di Shenzen, ma è solo un granello nel deserto che rappresenta la lotta molto più grande tra gli Stati Uniti e la Cina: un problema macroeconomico ben più importante di quello che sembra.

Se si volesse inquadrare con precisione l'inizio di tutto, si dovrebbe tornare indietro negli anni '80. L'anno dell'entrata in borsa di Apple, nonché il periodo storico più importante per il mondo della tecnologia consumer, ossia quando il personal computer si è evoluto diventando un vero e proprio prodotto di massa. Ed è proprio in quegli anni che la Cina ha creato la Zona Economica Speciale di Shenzen, uno spazio in cui le aziende avevano la possibilità di commerciare nel mercato libero, con il sostegno del potere della pianificazione centrale comunista.

In 40 anni, questo sistema ha trasformato Shenzen nel più grande polo manifatturiero del mondo della tecnologia, che ha dato vita a gran parte dei personal computer, degli smartphone e di tutti i dispositivi elettronici venduti nel mondo e che ha contribuito alla nascita e alla consolidazione del commercio tecnologico trans-pacifico. Insomma, in soldoni, senza il polo tecnologico di Shenzen, probabilmente tutti i dispositivi elettronici che vengono utilizzati anche in occidente, sarebbero molto diversi da quelli attuali e, soprattutto, costerebbero molto (ma molto) di più.

La realtà dei fatti è che questo sistema sta iniziando a crollare, e a gran parte dei paesi occidentali non conviene più importare tecnologie dalla Cina. Ma la cosa bella, è che la causa non è solo Huawei. Anzi, potremmo considerare l'azienda di Shenzen solo il capro espiatorio di una questione ben più grande.

Quella che stiamo vivendo è una vera e propria guerra commerciale, iniziata molto prima del ban di Huawei da parte dell'amministrazione di Trump o dell'annuncio di un piano degli Stati Uniti per aumentare le tasse del 25% a tutte le importazioni di laptop e smartphone dalla Cina.

Insomma, se fino agli anni '90, i leader di entrambe le potenze economiche vedevano l'outsorcing come una mossa vincente e, ancora, se da un lato i consumatori occidentali potevano acquistare tecnologia con prezzi inferiori e, dall'altro, i lavoratori cinesi venivano "liberati" dalla povertà e iniziavano ad abbracciare idee più democratiche, ormai questo silenzioso patto bilaterale sembra non soddisfare più nessuno: i produttori statunitensi hanno iniziato a cercare in Vietnam e (soprattutto) in India manodopera più a basso costo, mentre i cinesi hanno ormai la forza di poter progettare i propri dispositivi tecnologici in totale indipendenza.

Cosa significa questo per gli smartphone di Huawei? Un semplice rallentamento, e niente di più. Se la situazione non varia e al colosso cinese non vengono più concesse le licenze da parte delle aziende statunitensi, Huawei si ritroverà nella situazione di dover produrre e progettare i suoi device in casa. E la domanda è semplice: è in grado di farlo, del tutto indipendentemente dagli Stati Uniti? La risposta è . Certo, ci vorrà tempo per raggiungere lo stesso standard hardware qualitativo e il CEO stesso di Huawei ha più volte dichiarato di non voler smettere di produrre dispositivi utilizzando parte della componentistica made in USA, ma tutto sommato in questa sfida la casa di Shenzen ne potrebbe uscire vincitrice. D'altronde la notizia dell'arrivo di HuaweiOS, il primo sistema operativo dell'azienda, entro il prossimo autunno ne è un chiaro esempio.

Ma, questo, porta a un altro punto fondamentale per la questione. Le aziende statunitensi potrebbero riuscire a gestire questa rottura con la stessa forza e la stessa prontezza? Ed è qui che le cose si fanno complicate. Perché sì, è vero, gli USA potrebbero iniziare a produrre in India, e magari anche con costi di manodopera molto più ridotti. Ma spostare totalmente le catene di produzione è un processo estremamente complesso, che potrebbe richiedere anche anni e che farebbe precipitare l'intero settore nel caos, rallentando lo sviluppo e l'evoluzione di nuove tecnologie.

Insomma, se Apple dovesse costruire un iPhone senza la Cina, o anche semplicemente non potesse più vendere i suoi dispositivi in territorio cinese, sarebbe un disastro e si ritroverebbe probabilmente nel periodo più nero della sua storia.

Certo, c'è ancora tempo per evitare di cadere nel baratro, e tutte le speranze delle aziende coinvolte (anche statunitensi, non solo cinesi) si raccolgono nel prossimo incontro di Trump con il presidente della Cina al prossimo G20. Ma, per ora, non c'è alcun segno di apertura al dialogo da nessuna delle parti, anche se, è chiaro, gli Stati Uniti avrebbero molto più da perdere che la Cina.